Le scorie nucleari prodotte dalla piccola quota di centrali nucleari attive nella penisola tra il 1963 e il 1990 ammontano a 33mila metri cubi di rifiuti radioattivi, che vanno stoccati in sicurezza per almeno 300 anni prima che la loro radioattività decada sotto limiti non pericolosi.
Altri 45mila metri cubi provengono da attività non energetiche, come sanità, industria e ricerca.
Le scorie, attualmente, sono stoccate in 20 depositi in giro per l’Italia, in condizioni insufficienti di sicurezza e di manutenzione. Da qui la richiesta di costruire un unico, nuovo, deposito nazionale. Auspicabilmente più sicuro e più controllato, per scongiurare possibili eventi “ponte Morandi” in qualcuno dei depositi parcellizzati attuali.
Nei giorni scorsi, la Società pubblica responsabile della gestione dei rifiuti nucleari (Sogin) ha pubblicato la mappa di 67 siti “papabili” per la scelta finale.
Le reazioni delle comunità locali
“I sindaci sardi: no unanime alle scorie nucleari”
“Mozione in Consiglio Regionale della Puglia contro le scorie nucleari”
“Dalla Regione Piemonte un aiuto ai comuni a difendersi”
“Dalle Madonie, coro unanime di no alle scorie nucleari”
“No al deposito di scorie nucleari in Basilicata”
“Rischio deposito in Tuscia?”
Questi sono solo alcuni dei titoli dei giornali che ben illustrano la preoccupazione con cui le località selezionate hanno accolto la notizia.
Riportiamo alcune voci che riassumono per tutti le principali motivazioni del rifiuto ad accogliere le scorie radioattive.
BCsicilia esprime totale contrarietà alla scelta di inserire la Sicilia nell’elenco delle possibili zone. «La Sicilia non si salva da questa grande e perenne servitù, nonostante i cosiddetti criteri di selezione, stilati dall’ISIN, parlino di luoghi poco abitati, con modesta sismicità, senza vulcani né rischi di frane e alluvioni: proprio i contorni della Trinacria».
Il sindaco di Matera ha detto che un deposito nella sua zona sarebbe uno sfregio per il sito Unesco.
Riguardo alla Sardegna, i Medici per l’Ambiente fanno notare che il trasporto in un’isola richiede un passaggio aggiuntivo in nave e nei porti, con conseguente aumento del rischio.
La Regione Piemonte intende aiutare i Comuni a difendersi dai diktat del governo, peraltro con valutazioni ambientali e agricole apparentemente non aggiornate e scollegate dalla realtà.
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