Uno studio pubblicato su The Royal Society ha aperto le porte a future ricerche nell’ambito della comunicazione umana, grazie a osservazioni effettuate sui cuccioli di foca.
I ricercatori del Max Planck Institute for Psycholinguistics di Nijmegen, nei Paesi Bassi, hanno studiato le vocalizzazioni di otto piccoli di foca comune (Phoca vitulina) di età compresa tra 1 e 3 settimane ospitati nel Seal Rehabilitation and Research Centre di Pieterburen e in attesa di essere rilasciati in Natura.
Il team ha registrato i rumori del vicino mare di Wadden e li ha sottoposti per diversi giorni alle giovani foche in tre gradi di volume crescente, da zero a 65 decibel, per capire come queste modificassero le proprie vocalizzazioni. L’altezza del tono era però costante e corrispondente a quella dei richiami delle giovani foche.
Il team ha scoperto che i cuccioli di foca sono in grado di regolare il tono della loro voce in risposta ai rumori ambientali e a seconda delle situazioni. Esposti a rumori marini elevati adottano un tono di voce più grave, mentre con rumori ancora più intensi mantengono un tono costante. Un esemplare ha prodotto richiami più forti via via che il rumore diventava più intenso. Questo si chiama “effetto Lombard” ed è la tendenza involontaria di chi parla ad aumentare l’intensità del proprio tono di voce in presenza di un rumore di fondo, con lo scopo di farsi sentire.
La capacità di modulare le proprie vocalizzazioni rispetto ai suoni dell’ambiente è un’abilità che tra i mammiferi, oltre all’uomo e alla foca, sembrano avere solo pipistrelli ed elefanti.
La foca, uno dei pochi mammiferi in grado di apprendere i suoni
Essendo uno dei pochi gruppi di mammiferi in grado di apprendere la voce, risultano quindi fondamentali per comprendere l’evoluzione della plasticità vocale nell’uomo e in altri animali. La plasticità vocale, ovvero la capacità di modulare il tono della voce, consente agli animali, compreso l’uomo, di raggiungere un obiettivo comunicativo regolando i propri segnali vocali in risposta a fattori ambientali e biologici, tra cui le vocalizzazioni dei conspecifici e il rumore.
«Osservando uno dei pochi altri mammiferi in grado di apprendere i suoni, possiamo capire meglio come noi esseri umani acquisiamo il linguaggio e, in ultima analisi, perché siamo animali così chiacchieroni – spiega Andrea Ravignani, ricercatore senior dello studio –. I piccoli di foca hanno un controllo sui loro vocalizzi più avanzato di quanto fosse stato ipotizzato fino ad ora». «Questo controllo – continua Ravignani – sembra essere già presente a poche settimane di età e questo è sorprendente, poiché solo pochi altri mammiferi sembrano capaci di farlo.
Ad oggi, gli umani sembrano essere gli unici mammiferi con connessioni neurali dirette tra la corteccia (lo strato esterno del cervello) e la laringe (l’organo che regola il tono di voce). Questi risultati mostrano che le foche potrebbero essere la specie più promettente per trovare queste connessioni dirette e svelare il mistero del linguaggio».
Insomma, questo studio apre davvero le porte a future nuove indagini sulla plasticità vocale in altre specie e a mano a mano che impareremo di più su come gli animali modulano le vocalizzazioni saremo in grado di costruire filogenesi acustiche di questa caratteristica dei mammiferi. Ciò farà luce su come la comunicazione funzionale venga influenzata dall’ambiente e dalla nostra storia evolutiva dando anche informazioni sull’evoluzione della parola nella nostra specie.
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