Una valutazione indipendente della biodiversità si avvale di un piccolo team di esperti che utilizza tutti i dati disponibili per capire quali siano le specie più importanti a livello locale e di che tipo di politiche per la gestione della biodiversità abbiano bisogno.
Questa considerazione è il frutto di una ricerca condotta dall’Università dell’East Anglia (UEA), che suggerisce un modo per migliorare notevolmente i risultati degli sforzi di conservazione della biodiversità a livello globale.
La relazione fa seguito al lavoro condotto con due progetti di conservazione in Inghilterra orientale che hanno utilizzato questo approccio per orientare le politiche di conservazione a livello locale.
Sulla costa del North Norfolk, per esempio, il team ha raccolto più di un milione di dati da 38 fonti diverse per costruire un elenco finale di 10.726 specie presenti sul territorio. Queste informazioni vengono, poi, utilizzate per accertare quali specie siano di importanza nazionale per aiutare i gestori del territorio a fare il possibile per aiutare queste specie.
Nell’articolo “Harnessing biodiversity data to inform policy: rapid regional audits should underpin local nature recovery strategies”, pubblicato sulla rivista Biological Conservation, gli scienziati dell’UEA, dell’RSPB (la più grande associazione benefica per la conservazione della Natura del Regno Unito) e di Natural England propongono che l’audit della biodiversità venga integrato nella politica ambientale a livello globale e, in particolare, nella Strategia dell’Unione Europea per la Biodiversità 2030.

Una gallinetta comune (Misopates orontium), elencata come vulnerabile nella lista rossa inglese. Gli audit sulla biodiversità hanno rilevato che i margini coltivati dei campi arabili lasciati liberi da colture sono il modo migliore per sostenere questa importante specie. © Zeynel Cebeci/CC BY-SA 4.0
La chiave del successo dei nuovi piani di conservazione
L’approccio ridefinisce le priorità di gestione per sostenere un maggior numero di specie importanti, utilizzando tutti i dati disponibili per scoprire cosa c’è in un’area locale e di quale gestione del territorio abbia bisogno, in modo da poter essere mirata a centinaia di specie minacciate alla volta.
Liam Crowther, della Scuola di Scienze Ambientali dell’UEA, ha dichiarato: «Nonostante decenni di sforzi, la conservazione non è riuscita a invertire il declino delle specie né su scala globale né su scala regionale. Per quanto riguarda il recupero della natura, ci troviamo a un bivio. Se non si usano i dati per indirizzare la gestione in modo da sostenere il maggior numero possibile di specie importanti, perderemo un’enorme opportunità di recuperare la natura.
Se non adottiamo questo approccio, rischiamo di sprecare un’opportunità storica, replicando le strategie a grandi linee che finora non hanno funzionato».
Lo studio illustra i metodi per incorporare un audit della biodiversità a basso costo nelle strategie di conservazione locali, per garantire che queste supportino la più ampia gamma di specie prioritarie, rare e minacciate, perché l’efficacia degli interventi può variare da un ambiente all’altro e le strategie di conservazione vanno adattate localmente per soddisfare le esigenze ecologiche dei rispettivi pool di specie.
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