Come apparivano i boschi della Pianura Padana durante l’età del Bronzo? E come li utilizzavano le comunità che abitavano questa regione migliaia di anni fa? Una parte della risposta è rimasta conservata nei depositi archeologici, sotto forma di minuscoli granuli di polline. Analizzandoli, un gruppo internazionale di ricercatori ha ricostruito le trasformazioni della vegetazione intorno agli insediamenti delle Terramare, individuando oscillazioni ricorrenti nella presenza di diverse specie arboree, compatibili con cicli di taglio e ricrescita.
Lo studio, intitolato “Legacy effects of selective coppicing on forest regeneration in Bronze Age Italy”, è stato pubblicato Sulla rivista scientifica Nature Plants. La ricerca è coordinata da Anna Maria Mercuri e Assunta Florenzano dell’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore).
Le Terramare, una civiltà legata alle risorse naturali
Tra circa 3.600 e 3.170 anni fa, nella Pianura Padana si sviluppò la civiltà delle Terramare, caratterizzata da villaggi organizzati, spesso fortificati e circondati da terrapieni e fossati. Le comunità vivevano di agricoltura e allevamento, ma dipendevano anche dalle risorse dei boschi e dalla gestione dell’acqua.
Il legname era indispensabile per costruire abitazioni, palizzate e altre strutture, oltre che come combustibile. Le piante offrivano anche frutti e altri prodotti utili alla vita quotidiana. Garantire una disponibilità costante di legno era quindi una necessità economica fondamentale: tagliare gli alberi senza compromettere la ricrescita delle piante poteva fare la differenza tra uno sfruttamento occasionale e una gestione capace di durare nel tempo.
Per comprendere come queste comunità organizzassero il territorio, i ricercatori hanno analizzato in particolare i depositi archeologici delle Terramare di Santa Rosa di Poviglio, in provincia di Reggio Emilia, e di Montale, nel Modenese. Gli scavi e gli studi geoarcheologici condotti in questi siti hanno restituito sequenze stratigrafiche ben conservate, che permettono di seguire i cambiamenti ambientali attraverso periodi relativamente brevi, anche nell’ordine di alcuni decenni.

Visione aerea della Terramara Santa Rosa di Poviglio (RE); le aree chiare rappresentano i margini del Villaggio Piccolo e del Villaggio Grande. © UNIMORE
Il polline come archivio del paesaggio
La chiave della ricerca è la palinologia, la disciplina che studia il polline e le spore per ricostruire la vegetazione del passato. I granuli prodotti dalle piante possono conservarsi nei sedimenti per migliaia di anni e, grazie alle loro caratteristiche, consentono di riconoscere diversi gruppi vegetali e di ricostruire i cambiamenti nella loro presenza.
Nei campioni analizzati, i ricercatori hanno individuato oscillazioni ricorrenti nelle quantità relative di polline di querce, carpini, frassini, olmi e salici. Queste variazioni non sono semplici fotografie della vegetazione: lette insieme alla stratigrafia, ai reperti archeologici e agli altri dati ambientali, possono rivelare come le comunità vegetali reagissero alle attività umane.
«Attraverso l’analisi ad alta risoluzione del polline fossile conservato nei depositi archeologici di Santa Rosa di Poviglio e Montale – spiega Assunta Florenzano, di Unimore – abbiamo ricostruito le trasformazioni della vegetazione con un dettaglio temporale eccezionale, individuando oscillazioni ricorrenti nella presenza di querce, carpini, frassini, olmi e salici, compatibili con cicli ripetuti di taglio selettivo e ricrescita degli alberi».
È proprio la ricorrenza di queste oscillazioni a sostenere l’ipotesi di una gestione forestale organizzata. I dati non permettono di ricostruire ogni singolo intervento effettuato dagli abitanti, ma indicano dinamiche ripetute di disturbo e rigenerazione, coerenti con lo sfruttamento regolare delle risorse arboree.
Il governo a ceduo: tagliare per favorire la ricrescita
I risultati sono compatibili con pratiche simili al governo a ceduo, una tecnica forestale basata sul taglio degli alberi vicino alla base, in modo da favorire la ricrescita di nuovi fusti dai ceppi o dalle radici. Se applicato correttamente, questo sistema permette di ottenere legname senza dover necessariamente sostituire ogni volta gli alberi con nuove piante nate da seme.
La ricerca suggerisce che le comunità delle Terramare conoscessero e sfruttassero i processi di rigenerazione di alcune specie, tra cui le querce e il carpino bianco (Carpinus betulus), oltre al nocciolo (Corylus avellana) e al carpino nero (Ostrya carpinifolia). Le specie coinvolte e l’intensità delle trasformazioni variavano però da un insediamento all’altro, in relazione alle caratteristiche locali e alla disponibilità delle risorse.
La quercia, particolarmente importante per la produzione di legname da costruzione, occupa un posto centrale nei risultati. Le oscillazioni del suo polline, talvolta accompagnate da variazioni analoghe in quello di altri alberi, sono tra gli indizi che hanno permesso di riconoscere i possibili cicli di sfruttamento e rigenerazione.
Un paesaggio costruito anche dalle attività umane
Il lavoro si inserisce in oltre trent’anni di studi interdisciplinari sulle Terramare, che hanno messo in relazione archeologia, botanica, geologia e ricostruzione dei paesaggi antichi. L’analisi del polline, infatti, acquista maggiore significato quando viene confrontata con le strutture in legno rinvenute negli scavi, i resti vegetali carbonizzati e le altre testimonianze dell’utilizzo delle risorse naturali.
«Le indagini archeologiche condotte per oltre 40 anni in un sito eccezionale come la Terramara Santa Rosa di Poviglio – spiega Andrea Zerboni dell’Università degli Studi di Milano – hanno permesso di capire come già nell’età del Bronzo ci fosse una straordinaria capacità nell’utilizzo sostenibile delle risorse naturali, delle foreste così come delle acque e del suolo; la civiltà terramaricola dimostra ancora una volta di rappresentare appieno le radici della vocazione agricola della Pianura Padana».
Questa storia, tuttavia, non è soltanto quella di un uso efficiente delle risorse. Lo studio evidenzia anche che l’intensa pressione esercitata dagli insediamenti delle Terramare modificò profondamente i paesaggi di pianura e contribuì a trasformare suoli e sistemi idrici. Le strategie di rigenerazione potevano mantenere disponibili alcune risorse, ma non garantivano automaticamente la sostenibilità di ogni attività: in determinate condizioni, lo sfruttamento poteva superare i limiti ecologici locali.
Che cosa ci insegna oggi un bosco di 3.500 anni fa?
Ricostruire la storia delle foreste non è importante soltanto per conoscere le economie del passato. Permette anche di comprendere che molti paesaggi considerati naturali sono il risultato di una lunga interazione tra processi ecologici e attività umane. Le informazioni ricavate dai pollini fossili aiutano a distinguere le caratteristiche della vegetazione originaria da quelle sviluppatesi in seguito a secoli di tagli, coltivazioni e altre forme di gestione. Questa prospettiva può essere utile per interpretare la biodiversità attuale e valutare gli obiettivi degli interventi di conservazione e ripristino, senza presumere che esista un unico modello di bosco naturale valido per ogni territorio.
«Queste conoscenze – conclude Anna Maria Mercuri, di Unimore – cambiano profondamente il modo in cui interpretiamo la biodiversità attuale e possono orientare le strategie di conservazione e ripristino verso scelte più consapevoli della storia ecologica dei territori e, proprio per questo, più sostenibili».
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