L’alluvione che ha colpito le Marche ha riportato l’attenzione sull’estrema vulnerabilità del nostro territorio, martoriato da decenni di cattiva gestione. Il Piano Nazionale di Adattamento al Cambiamento Climatico è fermo dal 2017 e rischia di rimanere inattuato come è stato tragicamente per il Piano Pandemico.
Gli oltre 400 millimetri di pioggia caduti su quell’area della Regione in poche ore non devono farci dimenticare la siccità peggiore degli ultimi 70 anni. Siamo improvvisamente passati dall’emergenza siccità, a quella alluvioni. Ma sono due facce della stessa medaglia, questa altalena tra fenomeni estremi rispecchia l’evoluzione del cambiamento climatico nella regione mediterranea che è interessata da drammatiche ondate di calore alternate a precipitazioni intense, concentrate in breve tempo.
Una delle cause del disastro è la mancata gestione dei fiumi
Non possiamo dare la colpa di ciò che è successo al solo cambiamento climatico. Negli ultimi anni abbiamo canalizzato in maniera eccessiva gli alvei fluviali, impermeabilizzando con cemento e asfalto a ritmi altissimi. In ogni Regione abbiamo costretto i corsi d’acqua in alvei ristretti e ridotte le zone di esondazione naturale, ormai totalmente insufficienti a contenere le piene.
Il bacino del Misa, piccolo e stretto, è molto sensibile e vulnerabile a questi eventi e, come è accaduto per gran parte del reticolo idrografico minore, non è stato gestito adeguatamente. Ma anche se l’alveo fosse stato pulito la quantità d’acqua rovesciata in così poco tempo su quei territori sarebbe comunque esondata.
È difficile comprendere come opere previste da decine di anni, come le casse di laminazione, che avrebbero potuto ridurre drasticamente il rischio idrogeologico, con risorse economiche disponibili fin dal 2014, non siano state realizzate.
È importante anche considerare la modalità con cui si realizza la cosiddetta “manutenzione idraulica” dei fiumi: questa è spesso legata al meccanismo perverso della convenienza economica che favorisce principalmente interventi capaci di “autofinanziarsi” attraverso, ad esempio, la vendita del materiale estratto (sabbie o ghiaie) dagli alvei o legna nel caso del taglio degli alberi dalle sponde.
«Il WWF – sottolinea Andrea Agapito Ludovici, Responsabile Acque WWF Italia – ha invocato più volte la necessità di una regia unitaria in capo alle Autorità di distretto che dovrebbe coordinare, programmare e attuare le azioni prioritarie nel bacino idrografico ed eventualmente esercitare poteri sostitutivi quando gli enti locali si rivelano inefficienti. Al livello nazionale, la politica di adattamento ai cambiamenti climatici, ancora mai avviata realmente, deve promuovere una diffusa rinaturalizzazione capace di “liberare” lo spazio dei fiumi, recuperando gli indispensabili servizi ecosistemici capaci di rispondere ai prolungati periodi di siccità e alle precipitazioni intense».
Gli appuntamenti WWF con Ri-Party-Amo
Nell’ambito di Ri-Party-Amo, l’iniziativa nata dalla collaborazione tra WWF, Intesa Sanpaolo e Jova Beach Party, domenica 25 settembre, in occasione del World Rivers Day, sono 3 gli appuntamenti principali per giornate di pulizia delle sponde di fiumi:
- Torino
Alle 10 presso l’area parcheggio Viale Michelotti incrocio via Nietzsche. La pulizia del fiume Po riguarderà sponde e acque del fiume grazie alla collaborazione di volontari e alla partecipazione del gruppo Kajak Orcokayak.
- Rovigo
A Papozze (RO) l’appuntamento per la pulizia delle rive del Delta del Po è alle 10 presso Via Delta del Po 6 (registrazioni volontari dalle 8.30).
- Sirmione (BS)
A Sirmione l’appuntamento per la pulizia delle sponde del Lago di Garda è alle 10 presso Viale Guglielmo Marconi 8 (registrazioni volontari dalle 8.30).
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