Forse oggi non risulterò molto “politically correct” scrivendo un post dal titolo “Il Pianeta senza di noi” e dicendo che mi sono sempre piaciuti i film apocalittici. Quelli dove la Natura si ribella e l’Uomo deve lottare per sopravvivere. Quelli in cui l’Uomo finisce in minoranza ed è costretto a riconsiderare il proprio ruolo di specie dominante e invasiva.
Ma cosa succederebbe davvero se improvvisamente, o nel giro di pochissimo tempo, la specie umana, con i suoi 7,6 miliardi di individui, sparisse completamente dalla Terra?
Una sparizione chirurgica, senza danni sull’ambiente, magari a causa di una deportazione di massa aliena o a seguito di un virus rapidissimo e mortale diffuso nell’aria?
Pensare a ciò può sembrare un po’ masochistico e inopportuno di questi tempi, ma in realtà ci consente di completare la visione di ipotetici scenari non così improbabili e di capire meglio qual è il nostro reale impatto sul Pianeta.
La Terra senza l’uomo
Riflessioni simili non sono certo una novità. Probabilmente uno dei primi scritti divulgativi recenti sul tema fu un famoso articolo del giornalista Bob Holmes. Venne pubblicato sulla rivista americana New Scientist nell’ottobre 2006 con il significativo titolo “Imagine Earth without people” (esiste anche la versione in italiano). Da qui poi furono tratti gli spunti per successivi e ancor più famosi documentari del National Geographic (“World without humans”) o della BBC (“What would a world without humans be like?”).
I primi effetti della scomparsa improvvisa dell’Homo cosiddetto sapiens sarebbero, un po’ paradossalmente, la rottura di tutta una serie di equilibri. Certo, equilibri mantenuti artificialmente dalle nostre attività, in molti casi dannosi per la natura, a cui essa è stata costretta giocoforza ad adattarsi. Ma pur sempre forme di equilibrio che bene o male erano state raggiunte e mantenute.
Dunque si assisterebbe alla scomparsa di specie, ma anche di ecosistemi, legati indissolubilmente alle attività e presenze antropiche.
Pensate agli innumerevoli ambienti agricoli, ai parchi e ai giardini. Alle specie domestiche o a quelle selvatiche le cui popolazioni sono comunque strettamente legate alla presenza umana (le cosiddette specie antropofile). Improvvisamente questi ambienti e queste specie si troverebbero private del loro “custode e gestore”. Sarebbero esposte alle pressioni e alle dinamiche della selezione e, più in generale, dell’evoluzione naturale (che non è fatta solo di selezione ma anche, ad esempio, di varie forme di cooperazione).
Certo, è difficile immaginare branchi di barboncini o chihuahua correre nelle praterie liberi e selvaggi, sarebbero i primi a divenire pasto per diverse specie di predatori.
Al contrario è più verosimile immaginare schiere di robusti cani bastardi tornare alla vita selvatica, come peraltro già avviene in molte parti del mondo, tra cui il nostro Appennino.
Anche molte specie selvatiche ormai ridotte al lumicino e tenute in piedi proprio dalle attività umane di protezione, non è detto che, lasciate a sé stesse, possano riprendersi. Stiamo parlando del Condor della California, del Rinoceronte nero o del Panda. In molti casi probabilmente le popolazioni hanno ormai superato le soglie minime di sopravvivenza e senza il nostro supporto sarebbero comunque destinate all’estinzione.
La riscossa della natura
Interessante è poi capire in quanto tempo la Natura riuscirebbe a riprendersi gli ambienti più osticamente artificiali del pianeta. Ovvero le grandi città, con i robusti e a volte grandiosi manufatti in cemento, vetro e acciaio. O le grandi autostrade asfaltate, con i cavalcavia e i ponti sospesi.
Ebbene una simulazione reale di ciò che accadrebbe si è riscontrata nella cittadina ucraina di Pripyat, nei pressi della centrale di Cernobyl. Contava quasi 50.000 abitanti e venne completamente e rapidamente abbandonata nell’aprile 1986 a causa del famoso disastro.
Qui gli edifici più bassi, realizzati in legno o altro materiale “morbido”, sono ormai ampiamente degradati e in fase di disfacimento. Così come gran parte delle coperture in vetro e in asfalto, o quelle in metallo, attaccate dalla corrosione. Resistono di più i grandi palazzi in cemento armato.
Ovviamente oltre all’azione disgregante degli agenti meteo, un ruolo fondamentale nei processi di rinaturalizzazione lo svolge la vegetazione. Pertanto dove essa è più rigogliosa e vitale, come ad esempio le fasce tropicali, c’è da attendersi una maggiore velocità di questi processi. Le grandi piramidi maya o atzeche andarono incontro allo stesso destino. Nel giro di pochi secoli dal loro abbandono, la giungla le sommerse completamente.
Nel caso, invece, delle grandi autostrade in cemento o delle down-town di grandi metropoli come Tokyo o New York, presumibilmente ci vorrebbero millenni affinchè questi processi di inglobamento e rinaturazione si completino.
Effetti positivi e negativi
La sparizione della nostra specie porterebbe quasi immediatamente ad alcuni effetti positivi. Primi fra tutti il crollo dell’inquinamento di aria e acqua, oltre che la fine del rumore artificiale e dell’inquinamento luminoso.
Tuttavia, in altri casi, potrebbero innescarsi situazioni addirittura peggiori . Come ad esempio l’abbandono a sé stesse delle circa 500 centrali nucleari o delle circa 1550 piattaforme petrolifere.
Nel complesso comunque, come sostiene il biologo della conservazione John Orrock, «La triste verità è che il paesaggio migliorerebbe notevolmente una volta usciti di scena gli esseri umani».
Sta a noi provare ancora una volta a smentire queste fosche previsioni, magari sull’onda della dura lezione che questo Coronavirus ci sta impartendo.




