Si chiama “Ice-ClimaLizers” (Antarctic biomineralizers as proxies of climate change), ed è stato il primo progetto di ricerca italiano sul clima coordinato dall’ENEA.
È nato per indagare il ruolo degli organismi biomineralizzatori dell’Antartide, quali briozoi e alghe coralline, che possiamo definire “sentinelle del cambiamento climatico”.
Il progetto è stato finanziato dal Programma Nazionale per la Ricerca in Antartide (PNRA), si è tenuto dal 1° giugno 2017 al 1° gennaio 2021.
La ricerca si è avvalsa delle abilità di due istituti del CNR (Scienze Marine di Bologna e Ingegneria del Mare di Genova), l’Istituto polacco di Oceanologia di Sopot, l’Università di Portsmouth, il Museo di Storia Naturale di Londra (UK) e l’Università della Borgogna, in Francia.
Attraverso uno speciale laboratorio sottomarino sono stati valutati i processi di crescita degli organismi marini biocostruttori, che, attraverso esclusivi processi bio-chimici, danno firma a scheletri e strutture calcaree.
«Attraverso il consumo di plancton e la costruzione degli scheletri carbonatici, questi organismi immagazzinano carbonio e ricoprono una funzione strategica, ma ancora poco riconosciuta, per misurare quanto sta succedendo specialmente nelle aree polari dove i cambiamenti stanno avvenendo molto rapidamente e dove le condizioni ambientali estreme non permettono di acquisire facilmente dati per l’alto rischio di danneggiamento o perdita degli strumenti» sottolinea Chiara Lombardi, ricercatrice ENEA del laboratorio Biodiversità e Servizi Ecosistemici presso il Centro di Santa Teresa (La Spezia).
Come si è svolto il progetto
Grazie all’aiuto di un sottomarino a comando remoto il gruppo ha raccolto le specie target sui fondali dell’insenatura di Tethys Bay, a ben 25,5 metri di profondità nel Mare di Ross, in Antartide.
Per effettuare delle immersioni in totale sicurezza, i ricercatori sono stati affiancati da subacquei della Marina Militare (Comsubin – Comando Subacquei ed Incursori della Marina Militare).
Briozoi e alghe corallinacee sono stati marcati con sostanze non tossiche e posizionate nuovamente sul fondale in 12 gabbie dotate di sensori di luce e temperatura e collocate in una struttura in alluminio.
Per un anno una sonda posta nell’intelaiatura della struttura ha censito i dati su pH, temperatura, ossigeno, intensità luminosa, conducibilità.
Gabbie e sonda multi-parametrica sono state rimosse durante la trentacinquesima spedizione del PNRA a fine novembre 2019, comparando i dati degli organismi con quelli ambientali registrati dalla sonda, per verificare l’effettiva funzione degli scheletri minerali come indicatori del cambiamento climatico, ma anche per comprenderne il potenziale di adattamento negli oceani del futuro.
I dati sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Minerals.

Immagine aerea della stazione di ricerca italiana Mario Zucchelli, situata nella Baia di Terra Nova, in Antartide. © Paride Legovini/CC BY-SA 4.0
Baia di Terra Nova, sito fondamentale per gli ecosistemi
L’Antartico, vista la diversità e ricchezza che lo caratterizza e la singolare capacità di adattamento mostrata dalla maggioranza delle specie, è un laboratorio perfetto per studi di tipo adattativo.
L’oceano antartico è vulnerabile all’export di carbonio forzato dal riscaldamento di origine antropica, i suoi livelli di saturazione dei carbonati sono più bassi a seguito dell’aumento della solubilità del carbonato di calcio dovuto all’innalzamento della temperatura e, di conseguenza, è uno dei primi oceani a essere ferito dal cambiamento climatico.
«Il cambiamento climatico in atto, la complessità dei processi e la variabilità registrata anche su scale molto ridotte evidenziate dallo studio, rendono necessario incrementare i siti di osservazione sul campo per acquisire più dati, in particolare nelle regioni polari. Registrare i rapidi cambiamenti in atto, sia in acque polari superficiali che profonde, è essenziale per monitorarne gli effetti sulla biodiversità marina: gli oceani, infatti, assorbono circa il 93% del calore terrestre e il 25% delle concentrazioni di anidride carbonica (CO2) dell’atmosfera e ospitano il più grande ecosistema del pianeta. Dagli oceani dipende la salute di tutta la Terra» conclude la dottoressa Lombardi.
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