Nel cuore della terra, andiamo alla scoperta di cattedrali di roccia e di cristallo, abitate da strane creature di una notte senza fine. Che non sono in grado di vedere le stupefacenti bellezze del mondo in cui vivono e hanno dovuto ricorrere a profonde modificazioni per adattarsi a un ambiente così ostile.
La debole luce che arriva dall’imboccatura è inghiottita dal buio dopo pochi metri. Questo è il regno dell’oscurità, e del silenzio. Molti dei piccoli abitanti che vivono nel sottosuolo non hanno mai visto un raggio di sole, né hanno percepito qualcosa di diverso dalle gocce d’acqua che cadono nelle pozze che punteggiano il fondo della grotta.
Le condizioni ambientali sono così stabili che l’acqua e il tempo hanno avuto modo di plasmare la roccia in forme stupefacenti, sconosciute agli abitanti della superficie: drappeggi semitrasparenti, cristalli ricchi di riflessi, strutture di calcare colorato che sembrano avere consistenza pastosa e invece sono di dura pietra.
Le grotte funzionano secondo regole proprie. Qui le piante, i cosiddetti produttori primari, non esistono. Nel buio sopravvive una rete alimentare semplificata, dominata dai consumatori di detriti, che si arrangiano a mangiare un po’ di tutto, e dai carnivori, che cercano i primi. Tutte le grotte dipendono quindi da quel poco di materia organica – residui vegetali, organismi morti, fanghi ricchi di nutrienti – che arriva dall’esterno e grazie alla quale la grotta mantiene in vita i suoi abitanti, il più delle volte piccole creature diafane che sfuggono allo sguardo superficiale del visitatore.
Per vedere i protagonisti della vita sotterranea bisogna prendersi un po’ di tempo e fermarsi ad osservare. Solo così si potrà notare che le piante, vicino all’entrata, sopravvivono ancora. All’ingresso della cavità si ritrova spesso l’edera (Hedera helix), che subito cede il passo alle felci, come Asplenium e Polypodium. Un’ulteriore, piccola diminuzione di luce lascia spazio solo ai muschi e all’epatica (Marchantia polymorpha), che cresce faticosamente, grazie più che altro all’elevata umidità.
Poi, quando la luce è ormai flebile, si intravvedono solo le alghe verdi e le alghe azzurre, i cianobatteri (le prime facilmente osservabili come tenui patine verdastre in prossimità dei faretti delle grotte turistiche). È curioso notare come questa sequenza batteri-alghe-muschi-felcipiante superiori ripercorra l’evoluzione dei vegetali, da due miliardi di anni fa fino al Cretaceo, 65 milioni di anni fa, quando apparvero le piante da fiore. È una piccola testimonianza della storia della vita, che mette in mostra solo alcuni degli attori.

Un velo d’acqua scorre tra minuscoli cristalli di calcite nel buio di una grotta. Nella realtà, la porzione fotografata misura 2 centimetri. © F. Tomasinelli
Più in là, verso il buio assoluto, si osservano saltuariamente funghi, come i Basidiomiceti, che attecchiscono sui detriti grazie a spore provenienti dall’esterno. Dappertutto, però, c’è vita. Sulle pareti e al suolo si muovono i più piccoli abitanti delle grotte visibili a occhio nudo, gli Acari e i Collemboli (rispettivamente Aracnidi e Insetti), grandi quanto capocchie di spillo.
Ma le cavità sono frequentate anche da un certo numero di organismi che le utilizza come rifugio occasionale, più che altro artropodi e anfibi. Le salamandre pezzate (Salamandra salamandra) depongo talvolta le uova nelle pozze più esterne delle grotte e le larve vi passano i primi mesi di vita. Legato a questi ambienti, e quindi definito “troglofilo”, è il geotritone, anfibio protetto presente in tutta l’Italia con sette specie (genere Speleomantes), che tende a frequentare le zone a ridosso delle imboccature. Si nutre di piccoli organismi che cattura lanciando la lingua in avanti, con sorprendente rapidità. Sul suolo e sulle pareti delle grotte si trova infatti un certo numero di Artropodi: cavallette come Gryllomorpha e Dolichopoda e ragni con diversi livelli di specializzazione, Troglohyphantes, Meta e Nesticus. Gli altri invertebrati sono ben rappresentati dalle chiocciole Oxychilus, dal curioso regime alimentare, e da centopiedi e millepiedi come Lithobius e Trogloiulus.
Anche i pipistrelli vengono detti troglofili, benché occupino le grotte solo per svernare, riposare e riprodursi. Per cacciare gli insetti di cui si nutrono, infatti, questi mammiferi si spostano all’esterno. Comunque sia, le loro deiezioni (il guano di pipistrello) costituiscono sovente un elemento fondamentale dell’ecosistema della grotta.
Un certo numero di specie è ancor più strettamente vincolato a questo ambiente: si tratta di piccoli animali che avrebbero grosse difficoltà a vivere all’esterno, dal momento che il funzionamento del loro organismo è completamente votato alla sopravvivenza in grotta. Gli specialisti li chiamano “troglobi”, una categoria che accorpa molte delle forme di vita più interessanti del sottosuolo. Una delle più enigmatiche è il proteo (Proteus anguinus), l’unico vertebrato troglobio, diffuso nell’estremo Nordest italiano e più comune in Slovenia. Si tratta di un anfibio allungato, biancastro e privo di occhi, con branchie rosa molto evidenti. Quando venne trovato il primo esemplare, nel 1689, la popolazione slovena lo definì “cucciolo di drago”, tanto risultava anomalo per le conoscenze dell’epoca.
La parte più profonda delle grotte è popolata da altri organismi, molti dei quali sono endemici di singoli complessi ipogei. I troglobi, infatti, contrariamente agli altri gruppi, non lasciano mai il sottosuolo e tendono quindi a isolarsi geneticamente, dando vita nel corso di alcuni milioni di anni a diverse specie tra loro simili, perfettamente adattate a vivere in un determinato ambiente. Ne sono un esempio i Coleotteri Carabidi del genere Duvalius, i Crostacei Isopodi Monolistra o i gamberetti Anfipodi Nyphargus.
Ambienti a rischio
È facile comprendere quanto sia dannosa l’attività dell’uomo in un ambiente così stabile e delicato. Oggi in Italia una cinquantina di grotte vengono sfruttate a fini turistici, totalizzando l’incredibile cifra di due milioni di visitatori all’anno. A questi vanno aggiunte le escursioni speleologiche condotte da appassionati in numeri infinitamente più piccoli. Va detto però che queste ultime tendono a ripetersi negli stessi percorsi in aree non attrezzate e quindi il loro impatto può essere localmente piuttosto pesante.
Non è facile quindi proteggere questi ambienti dalla curiosità, peraltro giustificata, dei visitatori: ciò che non è compreso e apprezzato, difficilmente può essere tutelato. Creazione di nuovi accessi, grandi afflussi turistici e alterazioni climatiche dell’ambiente ipogeo non hanno solo un effetto negativo sugli organismi, ma anche sulle concrezioni. Queste ultime, per esempio, toccate a mani nude tendono ad arrestare la loro lentissima corsa: il grasso presente sulle nostre dita impedisce al calcare di depositarsi. Molto è stato fatto negli ultimi anni a livello divulgativo e oggi, nonostante i numeri del turismo speleologico continuino a crescere, sembra esserci maggiore consapevolezza della fragilità di questi ambienti e del valore dei tesori che custodiscono.
Per vivere al buio è indispensabile adattarsi e avere… un sesto senso

In mancanza di luce solare, colorazioni mimetiche e vistose sono inutili. Ecco perché il ragno Nesticus, come molte altre specie cavernicole, è diventato molto chiaro, quasi trasparente. © F. Tomasinelli
L’ambiente ipogeo è senz’altro più stabile di molte aree superficiali, ma le condizioni ambientali della grotta non sono certo le più adatte per la vita. Si tratta infatti di un ambiente privo di luce, molto umido e, spesso, piuttosto freddo. Una prima, evidente caratteristica di molte specie strettamente cavernicole è la riduzione degli occhi, inutili nell’oscurità. Si tratta di un adattamento non sempre così evidente, ma particolarmente clamoroso in vertebrati come il proteo (Proteus anguinus), che ricerca i piccoli crostacei di cui si nutre solo con l’olfatto.
Di pari passo con la riduzione degli occhi si osserva, in molti Artropodi, una crescita sproporzionata delle antenne o di altri apparati sensori che risultano indispensabili per muoversi nell’oscurità. Anche le zampe si allungano e vanno così ad ampliare la possibilità di percepire l’ambiente circostante. Oltre a trovare il cibo, infatti, i sensori corporei servono a individuare le condizioni ambientali migliori. Molti Coleotteri, per esempio, si disidratano subito se esposti all’aria aperta con bassi valori di umidità. Per questo dispongono di un particolare sensore, l’organo di Haman, che consente loro di determinare immediatamente i valori di umidità dell’ambiente. Molti di questi, inoltre, in particolare i Coleotteri Carabidi e Colevidi più specializzati, dispongono di elitre globose in grado di immagazzinare aria umida e utilizzarla come scorta durante gli spostamenti in aree più secche della grotta.
Particolarmente evidente è poi la dipigmentazione: in mancanza di luce solare, infatti, colorazioni mimetiche e vistose sono inutili. Ecco perché molte specie cavernicole, come il ragno Nesticus, sono diventate molto chiare, a volte semitrasparenti.
A livello metabolico i cambiamenti sono ancora più radicali. Pressoché tutti gli organismi cavernicoli hanno cicli vitali dilatati, vivono cioè molto più a lungo dei loro più stretti parenti di superficie. Nelle grotte, lo scarso nutrimento e le basse temperature non favoriscono certo una vita frenetica. Tutti le specie cavernicole, inoltre, tendono a dare alla luce una prole ridotta di numero ma già di grande taglia, anziché ricorrere a grandi covate di piccoli di dimensioni inferiori, che le risorse limitate non potrebbero sostenere.




