Il clima che cambia e gli eventi estremi sempre più frequenti impongono l’urgenza di trovare al più presto una soluzione per fermare la febbre del Pianeta. Se tutta l’Europa seguisse il modello italiano, arrivando a coltivare in maniera biologica e biodinamica almeno il 10% dei suoli agricoli, le emissioni di gas serra dal settore agricolo potrebbero diminuire di quasi il 7%. E se si rispettasse il trend di crescita attuale, passando in pochi anni a coltivare ecologicamente il 20% del terreno agricolo della Ue, il contributo all’abbattimento globale di CO2 nel Pianeta potrebbe arrivare a 92 milioni di tonnellate, pari a poco meno di quelle della sola Grecia attuale.
Oggi la superficie europea coltivata bio arriva a poco più del 6% di quella totale: questa volta si tratta di fare come l’Italia, che pianta e semina a biologico e biodinamico quasi a ritmo doppio rispetto agli altri paesi della UE.
È questa la sfida lanciata dal 34° convegno dell’Associazione dell’agricoltura Biodinamica “Per la rinascita del Sud: le nuove frontiere dell’Agroecologia” a Napoli e a Capua, organizzato con il patrocinio dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, del FAI-Fondo Ambiente Italiano, dell’Ordine Nazionale degli Agronomi e di Demeter.
Le emissioni di CO2 del settore agricolo UE
Secondo gli ultimi dati disponibili nella UE, l’agricoltura produce 432,5 milioni di tonnellate di CO2, pari al 10,2% delle emissioni totali. Molti studi dicono, di contro, che la bioagricoltura produce il 40% in meno di gas serra rispetto a quella convenzionale, grazie a un minor uso di chimica e di energia e a un maggior ricorso al lavoro umano nel vero e proprio processo di coltivazione. Contemporaneamente, i suoli bio, specialmente quelli biodinamici la cui maggiore capacità di fertilità è universalmente riconosciuta, fissano nel suolo una quantità di carbonio compreso tra 0,3 e 0,6 tonnellate l’ettaro ogni anno. In questo modo la bioagricoltura cura l’effetto serra.
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