Le bugie hanno solitamente le gambe corte, ma non quando è una legge che autorizza a dirle, con lo scopo evidente di illudere il consumatore, creando il convincimento che la produzione del pezzo di carne che sta per comprare non abbia comportato maltrattamenti agli animali.
Questo è in sintesi quanto potrà accadere quando si acquisterà un prodotto contrassegnato dall’etichetta che attesta il rispetto del benessere animale.
La realtà è che siamo ancora molto lontani dalla costruzione di un sistema informativo coerente e veritiero, improntato alla necessità di fornire ai consumatori dati che consentano di essere consapevoli dell’impatto ambientale e di quello reale sul benessere degli animali.
Gli allevamenti intensivi, le cosiddette fabbriche di proteine, rappresentano una realtà antitetica a qualsiasi forma di benessere: le condizioni ambientali in cui vengono fatti vivere gli animali sono infatti in netto contrasto con il soddisfacimento non solo delle loro necessità etologiche, ma anche del poter vivere senza patire inutili sofferenze. Lo sanno bene i produttori e tutte le componenti della filiera, che sono altrettanto consapevoli dell’accresciuta attenzione delle persone rispetto al benessere degli animali.
Credendo di poter rassicurare i cittadini grazie a un’etichettatura, al momento solo volontaria, che diventerà l’ennesima operazione di greenwashing di questo periodo. Molti cambiamenti apparenti, che non si riflettono in reali mutazioni di direzione, che possano almeno condurre in direzione di un allevamento etico.
Un’informazione che contrasta con gli stessi contenuti della strategia europea “From farm to fork” che indica a chiare lettere come «il miglioramento del benessere degli animali si traduce nel miglioramento della salute degli animali, della qualità degli alimenti e in una minore necessità di medicinali, e può contribuire a preservare la biodiversità. Si tratta inoltre di un aspetto evidentemente desiderato dai cittadini».
Una strategia che riprende il concetto di “One Health”, pilastro di tutte le scelte che dovrebbero essere prese per tutelare il nostro futuro, considerando la necessità di valutare la salute del pianeta in modo olistico, basando la valutazione sulla base del rispetto delle esigenze delle diverse componenti che costituiscono l’ecosistema pianeta.
La campagna di CIWF (Compassion in World Farming Italia) contro le bugie in etichetta
Per questa ragione tutte le maggiori associazioni che si occupano di tutelare i diritti degli animali e il loro benessere (Animal Equality, Animal Law Italia, Animalisti Italiani, Compassion in World Farming, Confconsumatori, ENPA, Essere Animali, Greenpeace, LAV, Legambiente, LEIDAA, OIPA, The Good Lobby, WWF) da mesi stanno sollecitando i ministri competenti, Roberto Speranza (Salute) e Stefano Patuanelli (Politiche agricole) per arrivare a una modifica del provvedimento. Però sino a oggi non si registrano aperture in questo senso e si ha ragione di ritenere che le motivazioni economiche di sostegno della filiera stiano prevalendo sul cambiamento ma anche sulla corretta informazione dei consumatori.
Diventa difficile poter immaginare che si possa arrivare a un cambiamento dell’attuale sistema di allevamento se non vi è la volontà di arrivare alla creazione di un sistema di informazione davvero trasparente. Che per essere efficace non dovrebbe essere basato sulla volontarietà, ma bensì sull’obbligo di trasparenza, basandola su informazioni veritiere e di facile comprensione.
Per questo da più parti si chiede che vengano impiegate le cosiddette etichette a semaforo, dove il valore complessivo, sotto il profilo della compatibilità ambientale, sia facilmente comprensibile proprio utilizzando i colori verde (massima compatibilità), arancio (non ottimale) e rosso che rappresenta il punto più basso della sostenibilità.
Con questa modalità la comprensione del pubblico sarebbe immediata e di facile comprensione per tutti. Le persone hanno diritto di poter facilmente conoscere l’impronta di ogni prodotto alimentare. Gli allevamenti devono allontanarsi sempre più dagli attuali sistemi di produzione che comportano una costante sofferenza, rischi di natura sanitaria oltre che costi ambientali, che non potranno essere più sostenuti in un vicinissimo futuro.
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