I consumatori non sembrano essere particolarmente propensi a inserire gli insetti nella propria dieta. Si tratta di una nuova tendenza, che si pensa possa rappresentare una soluzione per soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione in crescita ed è stata autorizzata nell’Unione europea solo dal 2018, quando il regolamento UE n. 2018/350 è entrato in vigore.
Nonostante il consumo alimentare di insetti sia molto diffuso in Africa, Asia e Sud America, l’opinione del consumatore occidentale è in generale negativa.
L’Università di Pisa ha realizzato in partnership con le università di Parma, Ghent in Belgio, Cornell negli Stati Uniti e Nanjing in Cina, uno studio pubblicato sulla rivista Plos One sul gradimento degli insetti edibili in cinque Paesi – Belgio, Cina, Italia, Messico e Stati Uniti –: “Consumers’ acceptance toward whole and processed mealworms: A cross-country study in Belgium, China, Italy, Mexico, and the US”.
I Paesi esaminati hanno vari livelli di accettazione culturale nei confronti dell’entomofagia.
L’identikit del mangiatore di insetti
Uomo e giovane è l’identikit del consumatore più propenso ad accogliere gli insetti edibili nella propria dieta.
Dai risultati del sondaggio è, infatti, emerso che il genere è il fattore principale che influenza il livello di accettazione, con maggiore rifiuto in Italia (circa 85% donne e 75% uomini) e minore in Paesi come Messico (circa 46% donne e 15% uomini) e Cina (circa 62% donne e 50% uomini) dove l’entomofagia è culturalmente più accettata.
«Stiamo utilizzando i dati raccolti per ricerche e pubblicazioni ancora in corso, si tratta di materiale molto utile per chiunque si occupi di marketing in questo settore» spiega Simone Mancini, ricercatore del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa.
Nei Paesi poi dove la predisposizione a includere gli insetti nella dieta è minore, ovvero Italia e Belgio, l’età più giovane è un fattore che predispone positivamente al consumo.
«La maggiore propensione al consumo nella fascia di popolazione tra i 18 e i 41 anni rispetto agli over 42 potrebbe essere spiegata dalla curiosità dei più giovani verso il novel food e da una maggiore sensibilità rispetto ai temi legati alla sostenibilità alimentare. In generale, per quanto riguarda il nostro Paese, i risultati in parte confermano che gli italiani sono meno pronti a inserire questi novel food nella loro dieta, ma denota anche come altri Paesi europei o occidentali abbiano già superato queste barriere e siano pronti a buttarsi sul mercato» commenta Mancini.
Per l’Università di Pisa ha partecipato allo studio insieme a Simone Mancini anche la professoressa Roberta Moruzzo del Dipartimento di Scienze Veterinarie.
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