Granada, in Spagna, fu probabilmente il luogo più caldo d’Europa al culmine dell’ultima era glaciale. Proprio qui fu l’ultimo luogo di rifugio durante l’era glaciale e punto di partenza per la ricolonizzazione dell’Europa dopo il picco di espansione dei ghiacci.
Un gruppo internazionale di studiosi ha, infatti, individuato e analizzato il genoma di un individuo vissuto 23.000 anni fa. La scoperta, pubblicata su Nature Ecology & Evolution, ci permette di aggiungere un nuovo importante tassello al grande puzzle della storia genetica umana del nostro continente. Unica autrice italiana dello studio è Sahra Talamo, professoressa al Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” dell’Università di Bologna e direttrice del BRAVHO 14C Lab (Bologna Radiocarbon laboratory devoted to Human Evolution).
- Reperti della Cueva del Malalmuerzo. © Pedro Cantalejo
- Reperti della Cueva del Malalmuerzo. © Pedro Cantalejo
In passato nella penisola iberica sono stati trovati i profili genomici di cacciatori-raccoglitori risalenti a un periodo compreso tra 13.000 e 8.000 anni fa: una scoperta da cui sono emerse le prove della sopravvivenza e della continuazione di un lignaggio paleolitico molto più antico, che è stato invece sostituito in altre parti d’Europa.
Tra questi è emerso il genoma più antico mai rinvenuto nella regione, proveniente dalla Cueva del Malalmuerzo, vicino a Granada
«Siamo riusciti ad estrarre collagene dai reperti individuati e a realizzare datazioni accurate grazie al radiocarbonio» spiega la professoressa Sahra Talamo.
I resti trovati nella Cueva del Malalmuerzo ci permettono di ricostruire un possibile percorso migratorio durante l’ultima era glaciale: lo studio descrive, infatti un legame genetico diretto tra un individuo di 35.000 anni fa proveniente dal Belgio e il nuovo genoma di Malalmuerzo.
Quindi, l’individuo della Cueva del Malalmuerzo è collegato geneticamente non solo a popolazioni europee molto precedenti, ma anche ai cacciatori-raccoglitori che vissero molto tempo dopo l’ultima era glaciale. E confermano quindi l’importante ruolo della penisola iberica come rifugio per le popolazioni umane durante la fase principale di espansione dei ghiacci nel nostro continente. Da lì, una volta che le calotte glaciali si furono ritirate, gli esseri umani migrarono poi verso nord e verso est.
Altri pezzi del puzzle preistorico
Con la più grande analisi genomica di cacciatori-raccoglitori europei preistorici mai realizzata, un gruppo di ricerca internazionale, a cui ha partecipato l’Università di Firenze, ha riscritto la storia genetica dei nostri antenati.
I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature (Paleogenomics of upper paleolithic to neolithic European hunter-gatherers).
Lo studio si concentra sui popoli vissuti tra 35.000 e 5.000 anni, includendo i genomi di persone vissute nell’Ultimo Massimo Glaciale, la fase più fredda dell’ultima era glaciale. Si è ricostruito così l’avvicendarsi genetico delle popolazioni nei vari millenni. Il team di ricerca descrive un rimpiazzamento genetico su larga scala che potrebbe essere stato causato, in parte, dai cambiamenti climatici che hanno costretto le persone a migrare.
Il patrimonio genetico dei cacciatori-raccoglitori nel sud-ovest permane ininterrottamente per almeno 20.000 anni: i loro discendenti rimasero nell’Europa sud-occidentale durante il periodo più freddo dell’ultima era glaciale (tra 25.000 e 19.000 anni fa) dando vita alla cultura solutreana e magdaleniana, e successivamente si spostarono verso nord-est nel resto d’Europa. «Con questi risultati, possiamo per la prima volta supportare direttamente l’ipotesi che l’Europa sudoccidentale abbia offerto condizioni climatiche più favorevoli durante l’Ultimo Massimo Glaciale, tali per cui popoli di cacciatori-raccoglitori vi trovassero rifugio» afferma il primo autore della ricerca Cosimo Posth, dell’Università di Tubinga.
Invece, «Le popolazioni di cacciatori-raccoglitori presenti nell’Europa centrale e meridionale, e in particolare in Italia, scomparvero dopo la fase più acuta dell’era glaciale, contrariamente a quanto ritenuto finora» spiega David Caramelli, docente di Antropologia all’Università di Firenze, che con il suo team di ricerca del Dipartimento di Biologia ha analizzato i campioni relativi al nostro Paese. Questo significa che un nuovo pool genetico si insediò in queste aree.
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