Negli Stati Uniti, dove l’estrazione dello shale gas tramite il fracking (fratturazione idraulica del sottosuolo) è una parte rilevante della produzione energetica, si discute da tempo della sismicità indotta. Alcuni geologi americani, infatti, sostengono che ci sia una correlazione tra attività di fracking e sismi avvenuti in prossimità delle trivellazioni.
«La sismicità indotta è un tema particolare importante in questa fase di transizione energetica, perché potrebbe essere uno degli ostacoli principali nello sviluppo delle attività di cattura e stoccaggio della CO2 nel sottosuolo» commenta Francesco Grigoli, ricercatore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, autore di un articolo pubblicato su Nature Reviews sui terremoti indotti, un fenomeno provocato direttamente o indirettamente dalle attività industriali legate allo sfruttamento del sottosuolo.
Una delle più recenti ricerche sulla sismicità indotta
L’articolo “The physical mechanisms of induced earthquakes” è frutto della collaborazione tra Università di Pisa, Free University Berlin, Stanford University, ETH di Zurigo e Southern University of Science and Technology cinese.
«Sebbene nella maggior parte dei casi la sismicità indotta non rappresenti un pericolo, in alcuni casi si sono verificati eventi distruttivi, come il terremoto di magnitudo 5.5 avvenuto nel 2017, in Corea del Sud. Il sisma è stato causato da attività di stimolazione idraulica per lo sfruttamento di energia geotermica, una pratica vietata in Italia» spiega Grigoli.
Secondo lo studio, sebbene non ancora del tutto chiari, esistono diversi meccanismi fisici in grado di spiegare la sismicità indotta.
«La sismicità indotta è un problema complesso e intrinsecamente multidisciplinare, basato sulla combinazione di dati sismologici, geomeccanici, idrogeologici e industriali. Pertanto, non ci sono soluzioni semplici a questo problema che costituisce uno degli argomenti di ricerca principali della comunità sismologica mondiale» conclude Grigoli.
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