I mari e gli oceani del pianeta, che come noto coprono circa il 72% della sua superficie, costituiscono non solo un serbatoio inestimabile di biodiversità, con oltre 250.000 specie, ma rappresentano anche un’importante fonte di sostentamento per i circa 7,5 miliardi di persone che popolano la Terra.
Infatti, quasi il 7% delle proteine assunte dalla popolazione mondiale proviene dal pesce, con oltre 90 milioni di tonnellate di pescato all’anno.
Negli ultimi 60 anni la pesca a livello mondiale si è intensificata a tal punto che, secondo la FAO, il 58% degli stock ittici è sfruttato ai massimi livelli. Nel Mar Mediterraneo si parla addirittura del 93%.
Le popolazioni di pesci fino a pochi decenni fa assai comuni, come per esempio il merluzzo, oggi si sono fortemente ridotte. E se la pesca intensiva – quella oceanica e quella condotta con mezzi fortemente impattanti quali lo strascico o il traino – è quello che provoca i maggiori danni, non è da sottovalutare neppure quella svolta dai cosiddetti “piccoli pescatori”, che ammazzano ciò che resta dopo la mattanza delle grandi compagnie di pesca.
I fenomeni della pesca illegale e del bycatch
Oltre a quella legale, inoltre, in varie zone si pratica anche la pesca di frodo, spesso su scala semintensiva, tanto che gli esperti ritengono che tra il 14 e il 33% del pescato mondiale sia di provenienza illegale o non soggetto a dichiarazione.
Infine, la pesca in mare produce una serie di pesanti effetti collaterali anche nei confronti di moltissime altre specie, che in teoria non dovrebbero essere oggetto di tale attività. Quasi 130 specie selvatiche di vertebrati e selaci marini – tra cui delfini, squali, razze, tartarughe e tantissimi uccelli – finiscono nelle reti o negli ami dei pescatori, in quella che viene chiamata cattura accidentale (bycatch) durante le operazioni di pesca professionale.
Una relazione di BirdLife International stima addirittura da un minimo di 160.000, fino a un massimo di 320.000, le catture annuali di uccelli marini complessivamente avvenute nella pesca con palangari. Almeno 49 specie (25 in acque dell’Unione Europea e 24 in acque extraunionali) sono classificate tra quelle a rischio di conservazione, a livello mondiale o di popolazione locale.
Tra l’altro, l’impoverimento dei banchi di pesce influenza l’alimentazione di molte specie di uccelli piscivori, che sovente non hanno più cibo o devono percorrere distanze assurde dalle loro colonie per trovarlo, con grande dispendio energetico.
Tutti i tentativi fatti in questi anni per mitigare l’impatto della pesca non hanno fino ad ora prodotto risultati significativi.
Anche il recente forte aumento degli impianti di acquacoltura non ha migliorato la situazione per gli uccelli piscivori: dal 2014 quasi la metà del pesce consumato a livello mondiale proviene da questo tipo di allevamenti. Tuttavia, i pesci predatori allevati in questo modo, come i salmoni o i tonni, si devono nutrire di pesce selvatico (quando va bene, mentre in molti casi essi vengono alimentati con scarti di carne di dubbia provenienza). Aumenta quindi anche in questo caso la pressione sugli stock ittici naturali: per produrre un kg di tonno da acquacoltura servono all’incirca 15 kg di mangime a base di pesce.
Insomma, i numeri dicono che un’alimentazione a base di prodotti ittici sarà sempre più costosa, sia in termini economici, sia di impatto sull’ambiente e che servirebbe uno stop almeno trentennale della pesca prima di tornare a ragionare di sostenibilità. Tutto il resto sono chiacchiere.
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