Le Drylands (zone aride) sono ambienti naturali non adatti alle attività agricole, spesso sono abbandonate oppure, se tutelate, restano fuori dai percorsi naturalistici. Si tratta di habitat fortemente degradati, sia per la perdita e la frammentazione dovute alle attività antropiche, sia per l’incuria e l’inquinamento, e molte delle specie vegetali e animali che vi vivono sono a rischio.
Un habitat impoverito è un rischio per il territorio, che diventa più vulnerabile a eventi estremi (quali per esempio bombe d’acqua, ondate di calore, inondazioni, diffusione di patogeni). È quindi fondamentale ripristinarlo, per evitare gravi rischi per la salute di piante, animali e anche dell’uomo.
Il progetto LIFE Drylands – avviato nel 2019 e finanziato da Unione Europea e Fondazione Cariplo – ha svolto azioni di ripristino, o più precisamente “restauro”, delle zone aride a rischio tra Piemonte e Lombardia, in 8 siti Natura 2000. LIFE Drylands, ideato e condotto dall’Università di Pavia (Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente) e attuato assieme a una rete di partner che comprende la Rete degli Orti Botanici della Lombardia, l’Università di Bologna, il Parco Lombardo della Valle del Ticino, l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Ticino e del Lago Maggiore e l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Po piemontese, si avvia alla conclusione e presenta i primi risultati delle attività svolte.
I siti di intervento
In questi giorni, nel corso di una serie di incontri con il team di monitoraggio della Commissione Europea che ha il compito di verificare l’avanzamento del progetto, la coordinatrice scientifica del progetto, prof. Silvia Assini, ha illustrato le azioni intraprese e presentato i primi risultati, sia in aula, sia sul campo.
Sono stati visitati i siti di intervento localizzati nelle ZSC (Zone Speciali di Conservazione):
- Boschi della Fagiana (Pontevecchio di Magenta);
- Ansa di Castelnovate (Vizzola Ticino);
- Brughiera del Vigano (Golasecca);
- Lame del Sesia e Isolone di Oldenico (Greggio);
- Baraggia di Rovasenda (Lenta);
- Valle del Ticino (Pombia).
«Il team di monitoraggio ha potuto verificare come gli interventi realizzati abbiano migliorato la struttura delle praterie e delle brughiere, da un lato riducendone notevolmente la componente arborea e dall’altro favorendo l’affermazione e la ricolonizzazione degli habitat restaurati da parte di alcune specie vegetali tipiche. Non è mancato poi un focus anche sui muschi e sui licheni, una componente che ha sorpreso il referente europeo» spiega la prof.ssa Assini.
Cresce la biodiversità
Nelle zone aride oggetto delle azioni di restauro aumentano le specie di piante vascolari (da 273 a 321) e di muschi (da 14 a 19) tipici degli habitat; sorprendente, in particolare, la diffusione delle orchidee nella zona di Trecate, che sono passate da 62 a 297 in un solo anno tra il 2021 e il 2022.
In crescita inoltre il numero delle specie (da 50 a 55) e delle osservazioni delle farfalle (da 605 a 772), e anche il numero di individui di carabidi (coleotteri), che passano da 1096 a 2082. Le interazioni tra piante e impollinatori, infine, risultano più che raddoppiate, passando da 390 a 847.

Presentazione dei risultati di progetto presso il Parco Lombardo della Valle del Ticino. © LIFE Drylands-UE
Perché si utilizza il termine “restauro”
Per riportare equilibrio in un habitat degradato e minacciato, migliorandone lo stato di conservazione, non basta preservare la biodiversità esistente, occorre accrescerla eliminando/contenendo le specie invasive e, se occorre, mettendo a dimora le specie native, in modo da riportare l’habitat alle condizioni ottimali; ecco perché si dice “restaurare l’habitat”.
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