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Camminando nella savana del Botswana

Camminando nella savana del Botswana
© Davide Pianezze

Davide Pianezze Davide Pianezze 18 Ago 2020

Il tamburo suona puntuale ogni mattina un’ora prima dell’alba. In quindici minuti ci incontriamo tutti sotto il tendone e intorno al tavolo imbandito per la colazione. Poi torniamo alle tende e ci prepariamo per affrontare una nuova giornata nella savana del Botswana con in tasca biro e taccuini per prendere appunti. Okwa, il nostro istruttore/guida, ci presenta sulla cartina l’itinerario che seguiremo.

Prima di partire ci disponiamo in fila ai limiti del camp, con la guida armata in testa e il suo aiutante, anch’esso armato, a chiudere il gruppo. Per rassicurare i partecipanti ai corsi gli istruttori ricordano spesso che da quando è nata l’organizzazione per la formazione delle guide dell’Africa australe non si sono mai create situazioni tali da dover utilizzare le armi per difendersi dagli animali.

Nei giorni passati abbiamo avuto diversi incontri con la fauna selvatica, ma grazie all’intuito e alle competenze delle guide siamo sempre riusciti a mantenere la distanza di sicurezza. Ora che la formazione è completata vengono ricordate le norme per la sicurezza e il codice di comunicazione non verbale utilizzato dalle guide in caso di pericolo (in modo da non innervosire gli animali con le voci).

Partiamo in totale silenzio, non solo per non disturbare la fauna, ma anche per aumentare le probabilità di avvistamento. In base alle tracce incontrate lungo il cammino ci fermiamo per essere interrogati dall’istruttore sia sulla specie che le ha lasciate che su quanto tempo è trascorso da quando è passato e in alcuni casi specifici su cosa stesse accadendo in quel momento.

Col tempo e l’esperienza ci si rende conto di come ogni segno lasciato racconti una storia e di come la terra e la sabbia si trasformino in un libro scritto dagli animali che la abitano.

Al termine di una mattinata insolitamente tranquilla Okwa prende la via del ritorno. Attraversiamo una pianura disseminata di alberi di mopane, poi una distesa di terra arida dove l’assenza di vegetazione aumenta la distanza visiva e trasmette una sensazione di maggiore sicurezza. Raggiungiamo successivamente la pista sterrata principale che attraversa il parco e porta al camp.

Camminiamo rilassati, col pensiero ormai rivolto al pranzo, quando da una delle colline pietrose, a qualche centinaio di metri da noi, avvertiamo il grido d’allarme di un gruppo di procavie del capo.

Immediatamente il viso di Okwa cambia espressione. Lasciamo lo sterrato e ci dirigiamo verso l’altura dalla quale giungono sempre più chiari e forti i versi delle procavie. Okwa dice che probabilmente hanno ricevuto da poco la visita di un predatore, forse un leopardo per via delle caratteristiche morfologiche dell’area. Vediamo le procavie immobili, raccolte all’ombra di un grande masso con lo sguardo rivolto verso il centro dell’altura. Facciamo un giro intero intorno alla collina senza alcun riscontro. Le procavie continuano a urlare. Okwa non si arrende, così ripetiamo il percorso in senso inverso.

Osserviamo ogni roccia, ogni antro, ogni albero. Poi la seconda guida armata esclama: “it’s not possible, it must be here around”.

In quel preciso istante, a non più di quindici metri da noi, da dietro un pietrone, appare una coda maculata che si muove ritmicamente. Okwa alza il pugno chiuso al quale obbediamo restando immobili e in totale silenzio. Ma è troppo tardi, il leopardo si è accorto di noi quando ormai siamo all’interno della sua area di pericolo, non è quindi possibile prevedere quale sarà la sua reazione: potrà scappare o potrà attaccarci. Alza la testa, ci fissa immobile. La posizione delle sue orecchie e il movimento della sua coda ci fanno capire quanto sia innervosito dalla nostra presenza.

Per rispettare le norma sulla sicurezza Okwa è obbligato ad impugnare il fucile e dirigere il mirino tra gli occhi del felino.

Nessuno fiata per diversi secondi. Poi il leopardo riporta le orecchie in posizione di relax, abbassa la coda e con uno scatto si nasconde tra le rocce. Okwa fa cenno di arretrare senza distogliere lo sguardo dalla collina.

Ci portiamo a distanza di sicurezza, dove possiamo parlare e commentare l’avvenuto. Io intanto mi preparo a scattare nel caso in cui il leopardo si mostrasse nuovamente: il click della macchina fotografica avrebbe rappresentato un ulteriore elemento di disturbo per il felino quando ci trovavamo a distanza troppo ravvicinata.

Passano pochi istanti quando appare ancora una volta il manto maculato dell’animale che con passo impercettibile esce allo scoperto per allontanarsi da noi. Mimetizzato perfettamente con le rocce attraversa la parete più ampia della collina facendo scappare a valle tutte e procavie e offrendosi per l’ultima volta in tutta la sua elegante bellezza.

Il momento dello scatto

Per l’intero periodo del corso come guida naturalistica mi concentrai sull’apprendimento, trascurando volutamente l’aspetto fotografico. Durante le uscite portavo solo la mia attrezzatura più leggera, anche se risultava la meno performante, che utilizzavo solo in situazioni eccezionali.

Quella dell’incontro con il leopardo e le procavie fu forse l’incontro più straordinario di tutto il corso che peraltro ricordo come una delle esperienze formative più intense della mia vita.

Fu difficile resistere alla tentazione di estrarre dallo zaino la macchina fotografica quando ci imbattemmo nel leopardo a distanza estremamente ravvicinata, ma ne andava della sicurezza sia del gruppo che del leopardo. Mi bloccai quindi come tutti gli altri a osservare tanta meraviglia.

Raggiunta la condizione di sicurezza impugnai la macchina fotografica e la impostai principalmente avendo cura di evitare problemi di effetto mosso. La situazione della luce non giocava a mio favore, in quanto il sole si trovava al lato opposto della collina, creando un poco creativo controluce e annullando tutti i colori. Decisi quindi di escludere il cielo e ritagliare l’immagine al limite della cresta della collina, dove ormai si trovava il leopardo.

Sfruttai quindi l’assenza della luce diretta per accentuare ulteriormente l’effetto mimetico dell’animale contro la roccia in un effetto quasi monocromatico.

Dati tecnici

  • Data: 15 Luglio 2014
  • Corpo macchina: Nikon D300
  • Obiettivo: Nikon 80/200 f2,8
  • Lunghezza focale al momento dello scatto: 200 mm
  • Apertura diaframma: F 6,3
  • Tempo otturatore: 1/640
  • Compensazione esposizione: 0
  • Sensibilità sensore: ISO 800
  • No Flash
  • Modo di ripresa: A (priorità di diaframmi)

 

VIAGGI FOTOGRAFICI di Davide Pianezze

www.fattoreulisse.com/

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  • foto di viaggio
  • leopardo

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