La sfida più importante per la vulcanologia è la previsione delle eruzioni, perché può ridurre l’impatto dell’attività vulcanica sulla popolazione e l’ambiente. Finora i vulcanologi sono riusciti ad avere alcuni successi nel prevedere le eruzioni con un breve anticipo, ossia pochi giorni od ore.
Tuttavia, questo corto preavviso potrebbe non essere sufficiente per attuare le misure di protezione della popolazione adeguate, come l’evacuazione preventiva.
Prevedere l’eruzione per anticipare l’allarme
I vulcanologi vorrebbero essere in grado di effettuare previsioni affidabili a medio termine, con anticipo di settimane o mesi, ma non è stato finora possibile riuscirci con tale anticipo, essenzialmente per il mancato riconoscimento di precursori eruttivi affidabili.
Ora, un gruppo di ricerca internazionale, guidato dall’Università degli Studi Roma Tre, fornisce una possibile soluzione a tale dilemma in un articolo scientifico appena pubblicato su Nature Geoscience, dal titolo “Eruption at basaltic calderas forecast by magma flow rate”.
Il team è costituito dal prof. Valerio Acocella (Dipartimento di Scienze, Università degli Studi Roma Tre, Italia), dal dr. Federico Galettoora alla Cornell University, USA, fino al 2020 al Dipartimento di Scienze, Università degli Studi Roma Tre, Italia), dal prof. Andrew Hooper (University of Leeds, UK) e dal dr. Marco Bagnardi (ora al Nasa Goddar Space Flight Center, USA, fino al 2020 all’University of Leeds, UK).

La quantità di magma che si accumula sotto il vulcano nelle settimane prima di un’eruzione è riconoscibile attraverso la deformazione del vulcano misurata dai satelliti. © uniroma3
L’aiuto dei satelliti
In questo studio è stato finalmente riconosciuto un parametro, il tasso di alimentazione magmatica, che costituisce un indicatore attendibile per prevedere un’eruzione con anticipo di settimane o mesi. Questo precursore è costituito dalla quantità di magma che si accumula sotto il vulcano nelle settimane o mesi prima di una possibile eruzione, riconoscibile attraverso la deformazione del vulcano misurata dai satelliti in orbita.
L’efficacia di tale metodo è stata verificata su alcuni vulcani attivi, come Fernandina e Sierra Negra (Galápagos, Ecuador), Kīlauea (Hawaii, USA – vedi video sottostante) e Krafla (Islanda): si tratta di caldere, ovvero di ampie depressioni topografiche che si sono formate per lo svuotamento parziale della camera magmatica sottostante.
«I risultati mostrano che è possibile prevedere un’eruzione in caldere basaltiche in almeno l’89% dei casi, una percentuale di successo mai osservata su gruppi di vulcani» racconta il prof. Valerio Acocella
La ricerca è basata sulla messa a punto di un modello fisico del comportamento dei vulcani, confrontato con ulteriori dati modellistici derivanti da diverse decine di osservazioni satellitari su vulcani aventi caratteristiche comuni.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.




