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Ambiente
Questo non è un paese per orsi

Daniza voleva solo vivere, forse non in Italia

Daniza voleva solo vivere, forse non in Italia
L'orsa Daniza arrivò in Trentino il 18 maggio del 2000. Si trattava di una femmina di 4 anni prelevata insieme ad altri quattro orsi (Kirka, Masun, Jose e Irma) nella riserva slovena di Kocevje per rinforzare la popolazione italiana. - Foto: Archivio Giunta Provinciale di Trento

Michele Mauri Michele Mauri 12 Set 2014

Parecchi anni fa, negli uffici romani del Wwf circolava questo aneddoto. Durante un ricevimento che seguiva una dotta conferenza, una signora ingioiellata si avvicinò a un celebre naturalista francese e gli chiese: “Ma in fondo, professore, a cosa serve una lince?”. Lui la osservò pensieroso e con calma rispose: “A niente, signora. Proprio come Mozart”.

Anche Daniza, in fondo, non serviva a nulla. Proprio come Bruno, primo figlio di Joze e Jurka, ucciso nel 2006 in Baviera, o suo fratello, M13, fatto fuori dai guardacaccia svizzeri lo scorso anno. Solo orsi. Poveri orsi che non sapevano rinunciare al vizio di avvicinarsi troppo agli uomini.

Dal 1999, ovvero da quando furono liberati Masun e Mirka fra i monti del Parco Naturale Adamello Brenta, gli orsi sono tornati a far parlare di sé, nel bene e nel male. Grandi entusiasmi accompagnarono i rilasci successivi, quelli di Joze, Irma e Daniza, sì, proprio lei, (2000), Jurka e Vida (2001), Gasper, Brenta e Maja (2002). E ancora più clamore suscitarono le prime nascite. Il miracolo sembrava compiuto. Una nuova popolazione di orsi stava ripopolando le alpi italiane, sostituendosi a quello sparuto nucleo sopravvissuto fino agli anni Novanta fra la Val di Tovel e la Val di Non: gli ultimi avvistamenti si concentrarono a Spormaggiore, sul versante est del Brenta, a circa cinquecento metri di altezza.
Forse, sotto l’eccitazione covavano già i rancori di chi avrebbe volentieri fatto a meno di quei nuovi ospiti. In questi giorni di reazioni scomposte si è letto di tutto. Anche che fino a oggi non è mai stata fatta vera informazione intorno al Progetto Life Ursus, così fu denominata l’operazione di cattura in Slovenia e rilascio in Trentino degli orsi destinati alla reintroduzione. Non è vero. Solo chi si interessa di orsi da pochi giorni, più per inseguire il clamore della vicenda Daniza che per reale passione o sdegno, può affermare simili sciocchezze. Il progetto fu accompagnato da numerose campagne di informazione e addirittura preceduto da un sondaggio effettuato dall’Istituto Doxa di Milano per conto della Provincia Autonoma di Trento, volto a conoscere l’attitudine della popolazione residente. Il risultato, allora, fu chiaro: circa il 75% degli intervistati si dichiarò favorevole alla proposta di rilasciare alcuni orsi e la percentuale si attestò addirittura all’80% nel momento in cui venne ipotizzata la possibilità di catturare e allontanare gli orsi “problematici”. Cinque anni dopo il rilascio del primo plantigrado, fu eseguito un nuovo sondaggio; un campione di 2000 interviste telefoniche decretò l’esito positivo di Life Ursus, oltre che sotto il profilo biologico, anche dal punto di vista sociologico: non solo era aumentata la conoscenza della specie, ma l’orso era ormai considerato una prova di buona qualità ambientale, la cui presenza non preoccupava, anzi era benvoluta dalla maggior parte degli intervistati.

E allora, cos’è successo dopo? In questa pazza estate che volge al termine abbiamo assistito a un crescendo di incomprensioni (l’aggressione a un cercatore di funghi, la caccia all’animale, l’ordinanza di cattura, manifestazioni e momenti di tensione fra animalisti e gruppi di residenti, banchetti con carne di orso) sfociato nella morte di Daniza. L’abitante di Pinzolo aggredito dall’orsa ha dichiarato di avere ricevuto minacce. Ora il decesso dell’animale ha infiammato la bufera di reazioni. Su Twitter spopolano gli hashtag #iostoconDaniza e si moltiplicano i messaggi di condanna. E come sempre succede in casi simili, è partita la caccia ai responsabili. Una partita avvilente che si gioca tutti contro tutti, spesso solo per avere un poco di visibilità.
Chi sta alzando i toni non aiuta gli orsi, credetemi. È giusto lo sdegno, è comprensibile la rabbia, ma gli insulti, le minacce e perfino le richieste di dimissioni del ministro lasciano il tempo che trovano. La destituzione di Gianluca Galletti, ex deputato Udc, commercialista di Casini, andrebbe richiesta ogni giorno e a oltranza per le sue evidenti incompetenze sulle questioni ambientali.

Direte voi, vabbè ma ora cosa c’entra scagliarsi contro il ministro? E no, sta proprio qui il punto. Siamo un Paese con gravissimi problemi ambientali (deregulation urbanistica, consumo forsennato del suolo, furia cementizia, frane e dissesti quotidiani, parchi naturali agonizzanti, tagli a oltranza per tutti i programmi di salvaguardia e conservazione) e questo governo, nato con l’ambizione di ridare all’Italia le gambe per correre, anziché investire sulla natura e il paesaggio nomina a ministro un signore mandato lì per caso, perché quello era rimasto l’unico sgabellino libero, per l’ultimo partitino da accontentare.

Perché, in fondo, a cosa serve un ministro dell’ambiente? A niente, proprio come Mozart.

 

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA La riproduzione è consentita esclusivamente con la seguente citazione: rivistanatura.com

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