di Dimitri Ruggeri (*)
Il viaggio comincia sulle note di “Gracias a la vida” di Violeta Parra.
Ogni mattina Misha ci legge un proverbio. Iniziamo con: “Fortunata è quella casa che ha i cavalli legati alla sua porta”.
Partiamo con un caldo asfissiante. Le locuste scattano dal terreno stepposo come molle impazzite e un nibbio ci segue dall’alto con una costanza inquietante. Ho la sensazione che stia aspettando di capire quale di noi sarà il primo a diventare carcassa, come in un film western.
All’inizio la steppa sembra una piattaforma vuota. Poi lo spazio si restringe in una valle di rocce rosse e vegetazione bassa; poco più avanti si apre di nuovo e lascia emergere ger, yak, cavalli, capre e pecore. Il paesaggio procede per contrazioni e dilatazioni, in pennellate di un verde elettrico: un polmone gigantesco che inspira le montagne ed espira le pianure.
Cerco paragoni per contenere l’immensità: film in bianco e nero, Sergio Leone, le forme metafisiche di De Chirico. Ogni riferimento dura pochi minuti e si rivela insufficiente. La Mongolia prende le immagini che porto con me, le mastica e le sputa sul terreno.
Il primo pranzo è essenziale e si materializza con qualche pezzo di verdura, pane, cibo preparato da Aruna. Ci spiegano che durante il trekking colazione, pranzo e cena si assomiglieranno molto. Il giorno successivo battezzo, tra le risate di tutti, una delle pietanze «la sbobba di zia Carmela», un pappone compatto e ripetitivo di pasta disidratata che non sembra capace di fornire l’energia necessaria a sostenere chilometri di cammino.
La fame crea comunità più rapidamente delle ideologie. Mangiamo insieme, ci lamentiamo insieme, inventiamo nomi per ciò che non riusciamo più a sopportare. La nostra comunanza nasce così, non da un’affinità spirituale ma da una pentola bollente.
Nelle prime valli assisto alla cattura di un puledro poco obbediente ai domatori. I pastori lo inseguono e lo circondano con una precisione che non lascia spazio all’esitazione. L’animale tenta di sottrarsi, ma ogni movimento sembra ricondurlo alla resa. Mi sorprendo a pensare che l’obbedienza sia la stella polare di questi luoghi, poi capisco che è una conclusione troppo rapida, una delle tante teorie che il viaggiatore fabbrica per dare ordine a ciò che non conosce.
Continuo però a osservare animali guidati, greggi ricondotte sui pendii e bambini che imparano presto a cavalcare. Mi spiegano che l’inverno non perdona gli errori: una scelta sbagliata, un pascolo insufficiente, un animale lasciato indietro possono avere conseguenze che in luglio, tra l’erba verde e le farfalle, è difficile immaginare a -50 °C. Ci parlano di famiglie che, negli inverni più duri, hanno perso una parte enorme del bestiame.
I bambini pastorali trascorreranno parte della stagione fredda nei dormitori scolastici, lontani dai genitori. In estate cavalcano, sorvegliano gli animali e aiutano le famiglie fino a quando arriverà il tempo della scuola e della separazione. Non so che cosa pensino davvero quando guardano le montagne e non voglio attribuire loro la malinconia che proverei io.
In una ger ne ho la conferma: ci dicono che i bambini salgono a cavallo già intorno ai quattro anni. Un padre mette con fierezza il figlio in posa sulla sella; pochi istanti dopo, il bambino parte al galoppo.
Un giorno, risalendo un pendio sotto la pioggia, incontro un bambinetto a cavallo che governa un gregge. Indossa una busta azzurra rovesciata, adattata alla meglio come impermeabile. Si muove tra rocce appuntite e pecore indisciplinate con una rapidità feroce e determinata. Lo saluto e lui ricambia, ma non può concedermi più di uno sguardo. Davanti a lui c’è un turista stanco con il poncho ancora bagnato e intorno, animali che non devono disperdersi. Non ha tempo per la mia meraviglia.
Il cammino prosegue lungo i rami del Kharkhiraa, mentre attraversiamo fiumi che sembrano ogni volta più freddi. Ci togliamo gli scarponi con un gesto ormai rituale, ce li leghiamo al collo e mettiamo i piedi nudi nell’acqua. Sotto la superficie ci sono ciottoli rotondi e pietre appuntite. La corrente spinge sulle caviglie e poi sulle ginocchia; il peso dello zaino modifica l’equilibrio e gli scarponi appesi oscillano, rischiando di trascinare il corpo nella direzione sbagliata.
Ogni passo richiede una decisione, ma nulla di tutto questo assume una forma eroica. Siamo adulti con i pantaloni arrotolati alla buona e l’espressione concentrata di chi teme di cadere maldestramente in pochi centimetri d’acqua. Quando raggiungiamo l’altra riva, i piedi bruciano paralizzati. Li asciughiamo, rimettiamo le calze e ricominciamo a camminare. La montagna non ci chiede di essere coraggiosi, ci chiede attenzione e rispetto.
Quando monto la tenda, in lontananza compare un arcobaleno sopra il campo. Poco dopo ricomincia a piovere.
Durante la notte il sonno non arriva. Nella tenda sento cani, cavalli, respiri affannosi di cammelli; ogni rumore sembra più vicino di quanto sia. Lo spazio immenso del giorno si comprime contro il telo sottile della mia effimera dimora. Nelle chiacchierate serali Misha, che definirei una guida emotiva più che tecnica, non si limita a indicarci il percorso: ci invita a conoscere i luoghi dall’interno, senza affidarci continuamente alle mappe. Parla di Calvino e delle Città Invisibili che ciascuno dovrebbe cercare. Io purtroppo non riesco a trovare neppure il sonno.
Durante il giorno cammino come uno zombie. La fatica si accumula nelle gambe rigide, la sbobba di zia Carmela non carbura e le nuvole ci inseguono facilmente. Qui non arrivano: caricano come tori. Ti puntano, ti raggiungono, ti colpiscono con acqua mista a grandine, poi si allontanano lasciandoti bagnato sul terreno. È inutile fuggire. Puoi soltanto coprirti, abbassare la testa e aspettare che abbiano finito. Il cielo ci dà acqua mentre noi gli restituiamo contemplazione, imprecazioni e impermeabili fradici.
A quasi tremila metri entriamo in una ger dove è stata appena uccisa una pecora. Le interiora sono appese all’interno, pronte per essere lavorate. Non c’è nulla della morte che possa essere nascosto dietro una confezione o una porta. Fuori, il terreno è pieno di cavità scavate dalle marmotte e tra i buchi crescono stelle alpine. Mi lavo con acqua gelida, ma quando il vento si ferma il sole è abbastanza caldo da permettermi di restare a petto nudo. Il corpo passa dal freddo al caldo con una rapidità che lo confonde. Anche luglio, qui, non è una stagione: è una tregua.
Poco distante attraversiamo una distesa ricoperta da enormi cerchi fatti di pietre ordinate. Ci spiegano che alcuni di quei luoghi sono legati alla memoria di persone considerate illustri e che, in queste valli, sopravvivono credenze capaci di riconoscere una presenza spirituale nell’acqua, nel vento, nei sassi e nelle vibrazioni della terra.
La mia prima tentazione è trasformare ogni cosa in simbolo ma il bambino con la busta azzurra resiste meglio di qualsiasi spiegazione spirituale e continua a cavalcare nella mia memoria.
La sera entriamo nella ger di una coppia anziana. La donna prepara tè con latte di yak e sale. Ha un volto attraversato da rughe sottili e lucide e uno sguardo che non riesco a sostenere a lungo senza sentirmi osservato a mia volta. Le doniamo alcune medicine che potranno essere utili alla famiglia. Poi uno di noi scatta una fotografia con una Polaroid.
L’immagine appare lentamente, prima una macchia chiara, poi le forme della ger, i vestiti, i volti sorridenti. La donna guarda sé stessa accanto al marito. Dai suoi occhi esce una lacrima intermittente, spezzata, poi il pianto le prende l’intero viso.
Io indosso ancora gli occhiali da sole e mi sento un maleducato arrivato da lontano con la propria attrezzatura, le proprie medicine e la convinzione di poter osservare tutto restando al riparo. Me li tolgo e guardo anch’io la fotografia che si materializza: un rettangolo piccolo, quasi insignificante, eppure capace di contenere una vita condivisa duramente con questo angolo del mondo.
Due persone hanno diviso per anni lavoro, animali, poco denaro, freddo, figli, malattie ed estati. Nell’immagine sono di nuovo affiancate, come se la macchina fotografica avesse sospeso per un istante la possibilità della perdita.
Penso alla mia famiglia. Ci penserò ancora qualche giorno dopo, quando il terreno diventerà più morbido e le colline si gonfieranno sotto l’erba. Farfalle colorate attraverseranno il cammino e tra il verde e l’azzurro comparirà una linea così netta che la chiamerò «la linea della felicità».
Non perché io sia felice in quel momento. Quella linea mi riporta al mese di luglio, a quanto lo amavo da bambino, alla sensazione che l’estate fosse un luogo prima ancora che una stagione. Mi riporta al calore della mia famiglia, alle persone che la tenevano insieme e alla certezza che quella forma stia scomparendo.
Ogni famiglia è una carovana che per anni finge di essere una casa. Poi qualcuno rallenta, qualcuno prende un’altra direzione, qualcuno non riesce più a partire. I carichi vengono redistribuiti e le distanze cambiano. Ciò che sembrava stabile rivela di essere stato soltanto un movimento condiviso.
Guardo ancora la linea tra cielo e terra. È visibile ma irraggiungibile: più camminiamo verso di essa, più si sposta. Forse la felicità funziona allo stesso modo.
(continua…)
PRIMA PARTE: Otto giorni a piedi in Mongolia, al passo di una carovana
- Attraversamento di un guado con i cavalli. © D. Ruggeri
- Attraversamento di un guado con i cavalli. © D. Ruggeri
- Pascoli e cavalli. © D. Ruggeri
- I fiumi del Kharkhiraa. © D. Ruggeri
- Paesaggio mammellare. © D. Ruggeri
- Massiccio del Kharkhiraa, catena dell’Altai, provincia di Uvs, Mongolia nord-occidentale. © D. Ruggeri
(*) Dimitri Ruggeri è poeta, videopoeta, slammer e scrittore. È autore di numerose raccolte poetiche, tra cui Parole di grano (2007), Carnem Levare, il Cammino (2008), Status d’amore (2010), Il Marinaio di Saigon (2013, vincitore del Premio della critica Mioesordio 2014), Soda caustica (2015), Krokodil (2018) e Radon (2019). Nel 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, Pugni al petto, che ha “performato” correndo le Maratone. Ha realizzato videopoesie, audiolibri e performance teatrali, portando la poesia in contesti non convenzionali come borghi abbandonati, campi agricoli e spazi in disuso. È stato promotore e pioniere del Poetry Slam in Abruzzo e Molise e ha ideato progetti innovativi come Slam[Contem]Poetry, primo portale in Italia dedicato allo Slam e la Biennale Marsica.
Ha partecipato ai principali tornei di Poetry Slam in Italia, a festival di poesia e ai più importanti festival internazionali di videopoesia in Europa. Le sue poesie sono presenti in antologie e siti web letterari; alcune sono state tradotte in spagnolo per il Periódico de poesía dell’Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Nel 2006 è stato ospite al programma RAI (Futura) Miss Poesia. Attualmente è Direttore Artistico del Premio Hombres Itinerante di Videopoesia ed è impegnato nello sviluppo di progetti con l’intelligenza artificiale.
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