La foresta amazzonica è un pullulare di biodiversità, meravigliosa espressione del fenomeno evolutivo. Se Darwin è riuscito a spiegarci l’evoluzione lo deve anche alla biodiversità di questa foresta, pur non avendola mai studiata. Il cerchio che lo collega all’Amazzonia si chiuse il 18 giugno 1858, un giorno per lui drammatico. Quella mattina Darwin ricevette un plico da un naturalista all’altro capo del mondo. Alfred Wallace si trovava nella giungla malese a fare i conti con un’infezione malarica. Mal messo e febbricitante, ebbe il più classico degli “eureka”, e in soli due giorni scrisse una teoria dell’evoluzione e la spedì a un esperto per un parere.
Fu così che Darwin si vide recapitare una perfetta sintesi della teoria alla quale stava lavorando da vent’anni senza avere il coraggio di pubblicarla. In un attimo, l’angoscia per le possibili critiche alla sua teoria si trasformò in panico per averla persa, anche se poi non andò così. Darwin è rimasto il padre di una teoria che forse non avrebbe mai pubblicato se Wallace non lo avesse gettato nel panico.
Wallace si era messo sulle tracce dell’evoluzione dieci anni prima, nel corso di un avventuroso viaggio esplorativo. Giunto a Parà, una piccola località del Brasile, passò quattro anni a esplorare le foreste, collezionando e studiando centinaia di specie. Perciò, è a Parà che idealmente si trova il punto di origine del lungo percorso che porterà le vite di Darwin e Wallace a un incrocio e alla nascita della teoria che spiega la biodiversità.
Oggi Parà si chiama Belém, ed è stata la sede della COP30, il vertice mondiale per la lotta al riscaldamento globale appena concluso (10-21 novembre 2025). L’obiettivo era prendere decisioni concrete su “cosa fare” nell’immediato per scongiurare il surriscaldamento e il suo impatto negativo sull’ambiente. Tuttavia, i lavori sono proseguiti più all’insegna delle contraddizioni che delle decisioni. Ne riassumo alcune.
Nel discorso inaugurale il presidente brasiliano Lula ha dichiarato come obiettivo l’abbandono delle fonti fossili; eppure, poche settimane fa è stata concessa la licenza per trivellare alla foce del Rio delle Amazzoni. L’impatto sugli ecosistemi sarebbe enorme, come pure sulle comunità indigene, discendenti di quelli che Wallace chiamava “nativi incontaminati”.
A fronte del rapporto delle Nazioni Unite, che evidenzia l’inefficacia delle misure fin qui adottate per frenare il riscaldamento globale, sono state proposte soluzioni “di comodo”, incentrate su come eliminare la CO2 emessa e non su come ridurre le emissioni, favorendo così chi ha deciso di continuare a inquinare. Inoltre, i produttori di idrocarburi hanno respinto le richieste dei Paesi a rischio nel caso non si riesca a mitigare il riscaldamento globale; eventualità da non escludere dato che vari Paesi (tra cui la popolosa India e i Paesi Arabi) hanno chiesto la revoca della soglia di 1.5 °C per il riscaldamento globale: un clamoroso passo indietro rispetto agli accordi di Parigi (COP21, 2015).
Per quanto riguarda la tutela della biodiversità, se, da un lato, è stata riconosciuta la necessità di preservare le foreste, dall’altro sono emersi dubbi e perplessità sull’efficacia e la gestione degli strumenti finanziari messi in campo. Si è creata così una situazione di stallo. In generale, i vari paesi si sono trovati distanti riguardo agli “obiettivi prioritari”, motivo per cui decisioni vitali che andavano già prese sono state rimandate a negoziati futuri.
La COP30 si chiude quindi con una fumata nera per quanto riguarda il controllo delle emissioni climalteranti e gli obiettivi a esso correlati. Alla luce di questi risultati, più che obbiettivi, alla prossima COP andrebbe messa sul tavolo una domanda: come si può pensare di risolvere problemi globali senza riuscire a concepire una sola azione condivisa globalmente?
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com





