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Cultura
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esame di maturità

Giorgio Caproni e il mondo che ha bisogno di poesia

Giorgio Caproni e il mondo che ha bisogno di poesia

Michele Mauri Michele Mauri 23 Giu 2017

Per una volta l’incubo si è trasformato in sogno. L’incubo è quello ricorrente di dover ripetere l’esame di maturità, che agli occhi di un giovane appare come una prova gravosa, prima di scoprire che la vita ne riserverà di ben più ingrate e difficili. Il sogno, invece, è l’esatto contrario, ossia desiderare di potersi confrontare di nuovo con l’intrigante sfida.

È quest’ultima sensazione che ho provato giorni fa, dopo avere appreso che la poesia di Giorgio Caproni intitolata «Versicoli quasi ecologici» era stata oggetto di analisi del testo per la prima prova della Maturità 2017.

Che bella scelta! Sia perché ha portato all’attenzione non solo dei maturandi, ma anche di tanti adulti l’opera di uno dei massimi potei italiani del Novecento, figura ingiustamente dimenticata o perlomeno non accompagnata dalla fama che si meriterebbe – a onore del vero la prima edizione dei suoi esordi poetici è ricercatissima fra i collezionisti –, sia perché è stata scelta una delle sue liriche che è insieme un’ode alla natura e un’invettiva contro la stupidità dell’uomo, reo di distruggere la terra e i suoi abitanti.

Questi versi essenziali esprimono meglio di qualsiasi manifesto quanto sia importante innamorarsi della natura e adoperarsi per rispettarla e proteggerla al fine di assicurarsi un futuro. Confido che i ragazzi impegnati nell’esame siano riuscisti a superare l’ansia della prova, condizione necessaria per apprezzare la lucida profezia di Caproni, e che tanti altri traggano dal testo l’occasione per riflettere su ciò che sta accadendo attorno a noi.

Versicoli quasi ecologici

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

(1972, dalla raccolta Res Amissa)

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