Questa storia racconta di una gatta nera. Una come tante altre, eppure così unica.
Stiamo mangiando e la bassottina, fuori in giardino, sta abbiaiando già da un po’. Un abbaio senza sosta che indica un pericolo o qualcosa di importante.
Ci alziamo da tavola, fra l’indispettito e l’incuriosito, e tra le foglie e le ramificazioni contorte del gelsomino Laura vede un gatto nero acquattato. Probabilmente quello stesso gatto nero che mi aveva tagliato la strada pochi giorni prima sulla via principale, vicino a casa.
Urlo a Liz di smetterla e di lasciare stare il gatto, poi la prendo in braccio.
Il gatto sguscia dal nascondiglio e, schiena bassa e passo lungo accelera verso un angolo nascosto del giardino, dove si trova la vecchia rimessa dei vasi, perlopiù rotti e accumulati nel totale disordine. Ricordo che, in una piccola nicchia in fondo alla stanza buia, c’era lo scheletro di un animale, forse una volpe, andato a morire lì … Mi avvicino al fondo della stanza e all’improvviso scorgo il gatto dietro a una serie di piccoli vasetti in coccio: individuarlo e vederlo scomparire alla vista è questione di pochi secondi. Non so perché, ma decido che sia femmina.
Sono sicuro che sia fuggita nell’edificio vicino all’orto e il mattino dopo mi dirigo lì, ma non mi accorgo che Liz mi ha preceduto e a metà strada sento di nuovo quell’abbaiare continuo del giorno prima. Mi avvicino e mi accorgo che ce l’ha con la gatta nera che, contro ogni logica, le porge il sedere stando seduta tranquillamente al sole. Liz è a meno di mezzo metro, abbaia e mugola roteando la coda come solo i bassotti sanno fare.
Mi avvicino a lei invitandola a togliersi di lì. A quel punto la gatta percepisce qualcosa e si gira atterrita, nonostante abbia di fronte una cagnetta non più grande di lei che, però, l’ha colta di sorpresa. Solleva la schiena e mostra i denti soffiando e arretrando. A quel punto prendo Liz per il collare e do alla gatta il tempo di fuggire.
Noto che, oltre ad essere completamente sorda, ha un occhio malandato e lo sguardo perso.
Quello stesso giorno le porto del cibo, una vecchia cuccia in vimini con all’interno una coperta in pile ripiegata più volte e del polistirolo, posizionato sotto e attorno per isolarla dal freddo. Nei giorni successivi noto che la gatta apprezza l’inaspettato rifugio: ogni tanto la trovo a dormirci dentro. Viceversa, la osservo accovacciata su un muretto poco distante a godersi il sole invernale ancora caldo a metà giornata. Fugge alla mia vista, ma giorno dopo giorno, rallenta la reazione, collegandomi all’arrivo del cibo. Posso studiarla ogni volta che vado in orto perché la sordità è tale che deve affidarsi all’olfatto per capire cosa succede intorno. Ma non si lascia mai avvicinare.
Noto la grande fatica e l’incertezza che mostra nel girarsi su quel lembo di muretto al sole, rischiando di perdere più volte l’equilibrio. È sorda, cieca e dolorante o molto vecchia. Un giorno scopro che è anche incontinente perché posando il cibo vicino alla cuccia, sento un odore sgradevole e vedo che dentro alla cuccia ha fatto i suoi bisogni.
Ma come avrà fatto a ridursi in quel modo? Penso alla mano crudele dell’uomo e un senso di rabbia cresce in me, ma Laura dice che potrebbe anche essere la FIV, malattia che colpisce i felini e che ha risvolti simili al virus dell’HIV: può darsi…
Due giorni fa vado come sempre in orto e non la vedo sul muretto. Le metto comunque il cibo in terra e il giorno successivo noto che l’ha mangiato. Anche ieri non la vedo al sole e, avvicinatomi alla cuccia, provo a illuminare il suo interno e la vedo sul fondo. Si muove quando capisce che sono lì, ma non se ne va e cambia posizione mettendo la schiena verso l’esterno. Le lascio ancora il cibo, ma il fatto che non si goda i benefici di un sole splendente e, soprattutto che, anziché fuggirmi, resti nella cuccia in quella inconsueta posizione, mi lasciano molto perplesso.
Ho una strana sensazione quando oggi vado in orto. La cerco al sole, poi mi chino e illumino dentro la cuccia, ma è vuota.
Solo rialzandomi la vedo stesa su un fianco di fronte alla sua piccola casa. È ferma, lunga e magra. La osservo per vedere se respira o se ha una minima reazione. Le sua zampe nere sono posizionate in avanti, la coda si stende dietro e scende in un affossamento del terreno. Sotto alla spalla si intravede la scatoletta del cibo che le ho dato.
È stata la mia gatta per circa un mese. Non so se abbia subito i soprusi dell’uomo o la tremenda malattia. Ma mi illudo che le cure datele negli ultimi giorni della sua vita le abbiano alleviato il dolore.
Una nota. Raccontare la storia di un gatto, mentre nel pianeta muiono ogni giorno adulti e bambini per le guerre, la fame o le malattie, è quasi irrispettoso verso l’essere umano. Ma la vita e la morte ci accomunano agli altri esseri viventi e ci sono piccole storie che hanno dei parallelismi con le nostre e che, vissute in prima persona, risvegliano la nostra anima.
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