Pur con parecchio ritardo, è finalmente uscito il Quinto Rapporto sul Capitale Naturale in Italia, che si riferisce alla situazione aggiornata al 2022 (scarica qui il documento).
Si tratta ci un documento tecnico-strategico in cui vengono fornite una serie di raccomandazioni e si evidenziano una serie di elementi da considerare nell’attuazione del Piano per la Transizione Ecologica, della Strategia Nazionale per la Biodiversità 2030, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nell’azione di mainstreaming e di governance multilivello della Strategia Nazionale per Sviluppo Sostenibile.
La necessità di preservare e ripristinare il Capitale Naturale per garantire una ripresa duratura è infatti riconosciuta dall’Agenda ONU per lo Sviluppo Sostenibile al 2030 e dal Green Deal europeo; in questi documenti strategici esso è considerato come la base indispensabile per tutti i servizi ecosistemici essenziali allo sviluppo, al benessere, oltre che al contrasto e alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Insomma è il nostro Capitale Naturale nazionale il punto di partenza e senza di esso tutte le successive strategie ed azioni di conservazione ed implementazione della biodiversità sarebbe solo parole vane.
«La nostra deve essere la prima generazione che lascia i sistemi naturali e la biodiversità dell’Italia in uno stato migliore di quello che ha ereditato» dichiarano dal Comitato che ha redatto il Rapporto.
Il Rapporto è ricco di moltissime utili informazioni (scarica qui le infografiche) sullo stato di conservazione del Capitale Naturale in Italia, molte delle quali devono far riflettere.
Ad esempio, la percentuale della spesa italiana per l’ambiente è solo l’0,8% rispetto alla spesa pubblica totale nel decennio 2010-2020. Davvero una miseria!
Tra le 23 principali Raccomandazioni del Rapporto ricordiamo in particolare:
- l’integrazione di tutte le strategie internazionali, comunitarie e nazionali su biodiversità, capitale naturale e sostenibilità (R1);
- la rigorosa applicazione del principio del “Non arrecare danno significativo” (DNSH, Do No Significant Harm) nelle opere del PNRR (R2);
- l’ampliamento dell’estensione e del numero degli ecosistemi conservati (R5) e una vasta opera di ripristino (R8) in linea con la Strategia Europea per la Biodiversità al 2030;
- una scrupolosa attenzione ai principi promossi dalla Strategia Nazionale del Verde Urbano e alle indicazioni del Piano di Forestazione (R6);
- investimenti mirati ad aumentare il ricorso alle NBS (Nature-Based Solutions) sia per il PNRR che nello sviluppo delle filiere agroalimentari, secondo la Strategia Farm To Fork (R9);
- infrastrutture grigie sempre legate al rafforzamento e alla protezione delle infrastrutture verdi e blu, per creare nuovi elementi paesaggistici di connessione fisica e funzionale tra gli elementi ambientali esistenti (R13);
- il rafforzamento del ruolo di biodiversità, servizi ecosistemici e Capitale Naturale tra i criteri per investimenti ed attività sostenibili, rendicontazione non-finanziaria delle imprese e gestione dei rischi ambientali (R14);
- l’attuazione dell’invito della Commissione europea di aumentare la programmazione delle risorse finanziarie per la biodiversità (R20);
- il rafforzamento della consapevolezza del ruolo della ricerca scientifica e di ogni singolo cittadino per la conservazione della biodiversità (R23).
Il Rapporto, per legge, è inviato al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’economia e delle finanze perché ne tengano conto nella programmazione delle politiche.
E il problema alla fine è forse proprio questo: tanti dati significativi ed indicazioni utili ma che, sino ad ora, i soggetti responsabili hanno considerato assai poco. Eppure anche in questa occasione sono stati adeguatamente sensibilizzati e non possono dire di non sapere. Potrà allora cambiare qualcosa?
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