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Il gattopardismo della sostenibilità

Il gattopardismo della sostenibilità
Una scena del film Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti.

Michele Mauri Michele Mauri 20 Gen 2020

La questione ambientale è giunta a un punto di svolta. Al principio fu una élite a manifestare preoccupazione per il crescente inquinamento delle città, l’impoverimento del patrimonio naturale e il saccheggio del paesaggio. Poi questi temi hanno fatto breccia fra la gente comune, le imprese, le istituzioni pubbliche.

Gli ecologisti della prima ora sono pressoché scomparsi, sia per ragioni anagrafiche sia per il venir meno delle forze che hanno sostenuto la loro azione. Sebbene il movimento sia stato caratterizzato fin da subito da tensioni differenti, il lato emergente può essere individuato nella tesi dei limiti dello sviluppo e la conseguente necessità di ridurre i consumi a livello individuale e globale.

Oggi la situazione è profondamente mutata. Gli inviti a moderare il proprio stile di vita è spesso tacciato di pauperismo, viceversa prevale la convinzione che la crescita non può e non deve essere controllata, ma piuttosto resa tollerabile. L’industria, l’agricoltura e il commercio si stanno riorganizzando nel nome di nuovi obiettivi, primo fra tutti quello della riduzione delle emissioni. L’Europarlamento ha recentemente approvato il Green Deal che punta a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

Il sacrosanto scopo di liberarsi dalle fonti fossili rischia però di diventare una foglia di fico. I fattori chiave che definiscono la domanda di risorse al pianeta sono molteplici. Oltre al fabbisogno di energia ci sono tante altre questioni da risolvere: la crescita demografica, la nutrizione, l’uso del suolo, il modo di costruire le città e via discorrendo.

C’è una forma di gattopardismo nella svolta verde che si sta affermando: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Ossia, se vogliamo continuare a consumare ai ritmi attuali, bisogna che tutto diventi sostenibile.

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riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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