Quando “incontro” Emily, da me appena a sud dell’equatore, il sole sta calando, da lei a nord del mondo è sorto da poco. È un po’ strano penso valutando la differenza di luce fra il suo schermo e il mio, che lei deve ancora vivere le 8 ore che io ho già vissuto.
Ma è tutto strano, d’altra parte, quando la vita la vivi in remoto ed è proprio in questo “salotto” virtuale fra i mondi, che io ed Emily ci siamo conosciute. Aveva seguito un webinar di Coexistence.life in collaborazione con conservation Catalyst lo scorso ottobre. “Communication as a tool for promoting wildlife acceptance” era il titolo dell’intervento che ha attratto l’attenzione di Emily che si occupa di musica e conservazione.
di Anna Sustersic
Sorridente, occhi luminosi: l’entusiasmo si percepisce dal modo in cui sta inquietamente seduta e si torce le mani, ha una gran voglia di chiedere, di raccontare, di condividere il suo bellissimo progetto. Emily ha 25 anni, ha studiato all’università di Manitoba in Canada dove ora è impegnata in un master dal titolo “Documenting human perceptions on wildlife conservation and investigating how music and video can be used as tools to promote wildlife conservation”.

Emily e la sua chitarra.
In realtà non so se è più emozionata lei o io, che da quando mi ha contattata ho continuato ad accumulare domande. Musica e conservazione, un’accoppiata intrigante, e carica di potenzialità per trasmettere messaggi, anche riguardo alla coesistenza. «Come ci sei arrivata?» le chiedo come prima cosa, per capire qual è stata la strada che l’ha portata a fondere il linguaggio musicale con quello scientifico.
«Alla fine del mio percorso di studi all’Università di Manitoba, il mio progetto era un’indagine sulla percezione del valore della fauna. Ho intervistato molti professionisti del settore che si occupano di conservazione e fauna chiedendo loro “perché la fauna selvatica è importante per te?”. Queste interviste mi hanno aiutata a prendere sempre più confidenza con la materia e a interessarmi sempre di più alla conservazione, tanto che, al di là del mio progetto di studio sulla percezione, mi sono detta, perché non cercare di diffondere queste risposte a un a un pubblico più ampio di quello accademico. L’ho vista come un’opportunità per trasformare il mio progetto in una visione più grande. Per quanto riguarda il mio percorso personale lo trovo molto stimolante avendo sia una formazione scientifica sia una grande passione per la musica.
Non capisco perché non abbiamo usato finora la musica come avremmo potuto. La musica ha un grande potenziale, anche per veicolare messaggi ambientali, ma finora secondo me non l’abbiamo usata in maniera strategica».
Emily si occupa di tutto: compone, scrive il testo e canta.
«Come nascono i testi?» le chiedo mentre in sottofondo suona Birds la sua ultima creazione.
«Parto da un tema generale, una questione che voglio trattare e su cui voglio sensibilizzare il pubblico. Il resto è cercare di strutturare il testo in maniera che segua uno schema di storytelling, che diventi un racconto in cui le persone si possono identificare. Cerco di inserire sempre qualche episodio di vita, un’esperienza personale, qualcosa che aiuti il pubblico a fare “un viaggio emotivo” ascoltando la mia canzone. A volte ho inserito nel testo anche stralci delle interviste che ho fatto».
“When I was young, I would sit with my grandpa by the old house, we would watch the birds fly around” canta intanto Emily nella sera sempre più buia della Tanzania, “Birds make me smile, they make my heart soar, they make me wild… Diversity makes life beautiful, no matter shape, colour or size”. Un concetto vibrante di per sé, e la musica non fa che accentuarne il valore.
«A che tipo di pubblico ti rivolgi con le tue canzoni?» le chiedo ancora, mentre in sottofondo comincia We decide la sua prima canzone, in cui canta di come ogni individuo possa decidere il proprio stile di vita in funzione delle necessità del pianeta.
«Mi rivolgo a un pubblico… bhe, il più ampio possibile, il bello della musica è che supera le classi di età e di genere».
Con Everything I need, il cui testo parla della ricchezza e della bellezza della natura della sua regione, si è rivolta per lo più ai suoi concittadini a cui ha voluto trasmettere il senso di valore per il proprio patrimonio naturalistico, che merita di essere tutelato. Per il suo master pianificherà una valutazione strutturata per capire quale impatto hanno le sue canzoni, ma finora, a una prima analisi dei commenti che le persone lasciano sotto i suoi video “ispirata”, mi confida, è la parola più ricorrente e quella che la fa sentire più soddisfatta di ciò che sta facendo.
«E tu a chi ti sei ispirata?» le chiedo ancora cercando di capire quali pregressi abbia questo “genere musicale” se si può chiamare così, o questa “comunicazione scientifica speciale”.
«Ci sono alcune canzoni in particolare che hanno segnato il mio percorso in questo senso: The big Yellow Taxi di Joni Mitchell la cui musica suonerà familiare alla maggior parte di noi, ma forse abbiamo fatto sempre troppo poco caso al testo “hanno asfaltato il paradiso/e ci hanno fatto un parcheggio” canta Jony Mitchell “hanno preso tutti gli alberi/e li hanno messi in un museo/[…] contadino lascia perdere il DDT… lasciami gli uccelli e le api, ti prego”. O ancora Jhonny Cash che nella sua Don’t Go Near the Water canta “Stiamo torturando la terra/abbiamo violato la Natura”».
Portare la riflessione ambientale nella dimensione intima generata dalle cuffie è la mission di Emily.
Oggi Emily non è l’unica a muoversi in questo senso: mi nomina Billie Eilish, per esempio, che riscuote grande successo fra i più giovani, per la sua musica e per il suo impegno di sensibilizzazione per il cambiamento climatico, oppure The 1975 che ha messo in musica le parole di Greta Thunberg, o ancora Jayda G, artista e biologa marina, che ha musicato i “canti” delle orche per appassionare il pubblico alla bellezza del mondo, o ancora Melt di Kelly Lee Owens o Grimes che nel suo Miss Anthropocene esplora temi dell’intelligenza artificiale, il cambiamento climatico e il degrado del pianeta. Di esempi ce ne sono, ma mi ripete, l’uso della musica per la sensibilizzazione ambientale non è stato trattato in maniera strategica.
Concordo con Emily, quando dice che la musica ha un grande potere: «La musica ha il potere di cambiare l’umore, di suscitare emozioni di rendere felici o tristi, e questo, a parte coinvolgere, permette certamente di associare un determinato messaggio a una specifica emozione o stato d’animo e questo ha un potenziale straordinario».

Emily mentre effettua delle riprese al Grasslands National Park, in Canada.
Credo che cercare il modo per usare la musica per promuovere la conservazione costellerà la sua strada di straordinarie opportunità. Confido che un giorno ci sarà una canzone anche sulla coesistenza… una bellissima canzone ;).
Le chiedo ancora come vede il suo futuro qual è il suo sogno più grande.
«Per quanto riguarda la mia ricerca mi piacerebbe indagare come veicolare messaggi ambientali attraverso diversi stili musicali molti dei quali, come il metal o i rock, finora non sembrano essersi prestati molto a passare temi di questo tipo e poi…un grande concerto, qualcosa che abbia risonanza mondiale, un messaggio da parte degli artisti sulla conservazione e sull’importanza di tutelare il pianeta su cui viviamo».

Il TWS Conservation Education Award.
Il buio è sceso qui in Tanzania e il giorno pieno si fa strada nella giornata di Emily. La saluto e prima di chiudere il computer mi godo le ultime note e le parole di Birds.
Can you imagine a world?
Can you imagine?
Imagine!




