Il vero interrogativo relativo all’Emission Trading System (ETS) europeo non riguarda più soltanto la validità teorica dell’attribuzione di un prezzo alle emissioni di CO₂; la questione centrale è comprendere a quali condizioni tale prezzo riesca effettivamente a incidere in modo strutturale sulle scelte strategiche, tecnologiche e operative delle imprese, orientandole verso processi produttivi a minore intensità emissiva. La distinzione è decisiva. Un’impresa può reagire al prezzo del carbonio in almeno tre modi:
- ridurre le emissioni;
- acquistare quote di inquinamento;
- trasferire, dove il mercato lo consente, parte del costo sul prezzo finale.
Soltanto nel primo caso l’ETS produce direttamente quella trasformazione tecnologica che costituisce la sua finalità ultima; negli altri due, il carbonio rischia di diventare semplicemente una nuova voce del conto economico.
Come funziona l’Emission Trading System
Il meccanismo ETS è apparentemente semplice: viene fissato un tetto complessivo alle emissioni e vengono distribuite o messe all’asta delle quote (per esempio, i permessi di carbonio dell’UE N.d.R.), ciascuna corrispondente a una tonnellata di CO₂ equivalente. Chi riduce le proprie emissioni può vendere le quote eccedenti; chi, invece, supera la propria disponibilità deve acquistarle.
L’efficacia del sistema, tuttavia, non dipende semplicemente dall’esistenza di un mercato delle emissioni, ma dalla capacità del sistema di rendere le quote progressivamente più scarse e, conseguentemente, più costose; se, infatti, le quote disponibili sono eccessive, il prezzo della CO₂ si riduce e con esso l’incentivo a investire nella decarbonizzazione.
Sotto questo profilo, l’ETS attuale presenta una differenza sostanziale rispetto alle sue prime fasi di applicazione. Da un lato, il tetto complessivo delle emissioni viene ridotto secondo una traiettoria più stringente; dall’altro, attraverso lo strumento della Market Stability Reserve (MSR), viene sottratta temporaneamente dal mercato una parte delle quote quando la loro disponibilità risulta eccedente rispetto alle esigenze di funzionamento del sistema.
L’obiettivo è evitare che un surplus strutturale di quote ne deprima eccessivamente il prezzo, indebolendo l’incentivo alla decarbonizzazione. Seguendo questa logica, l’attuale riforma europea prevede una riduzione del 62% delle emissioni dei settori ETS entro il 2030 rispetto al 2005; inoltre, tra settembre 2026 e agosto 2027, circa 190 milioni di quote saranno trasferite nella riserva per evitare un eccesso di offerta e sostenere la credibilità del segnale di prezzo.
Il punto economico è assolutamente rilevante. Se un’impresa ritiene che il prezzo futuro della CO₂ sarà persistentemente elevato, acquista un valore diverso, nei modelli di determinazione dei budget, l’investimento da realizzare per la modifica dei processi produttivi, per l’efficientamento energetico, per il ricorso alle rinnovabili, ecc. Il carbon price, in questo caso, entra con forza negli investimenti in quanto modifica la convenienza relativa delle tecnologie.
Le possibili criticità del sistema
Nonostante, però, gli indubbi vantaggi che il sistema ETS così strutturato consenta di ottenere, in termini di riduzione delle emissioni, permangono alcuni aspetti critici che richiedono di essere approfonditi.
In primo luogo bisogna tener conto dell’elasticità tecnologica dei settori produttivi; è di facile intuizione, infatti, che una centrale elettrica possa sostituire carbone o gas con fonti rinnovabili relativamente più rapidamente di quanto possa fare un cementificio per eliminare le emissioni di processo generate nella produzione del clinker, il materiale di base da cui si ottiene il cemento, a causa proprio della differente elasticità tecnologica dei due settori.
Inoltre, bisogna tener conto della possibilità per l’impresa di trasferire il costo della CO₂ sul cliente finale; se l’impresa opera in un mercato caratterizzato da una domanda relativamente rigida rispetto al prezzo disponendo, per questo, di un significativo potere, l’aumento del costo delle quote di emissione può essere trasferito, almeno in parte, sui prezzi di vendita dei prodotti. In questo caso il costo dell’ETS non grava interamente sul margine dell’impresa, ma viene distribuito lungo la catena del valore fino al consumatore. Il meccanismo mantiene comunque una sua funzione economica, perché rende relativamente più costosi i prodotti ad alta intensità di carbonio, tuttavia l’incentivo diretto dell’impresa a modificare rapidamente tecnologie e processi produttivi può risultare più debole.
Infine, un ultimo elemento è rappresentato dalle quote gratuite. La loro introduzione ha risposto all’esigenza di contenere il rischio di carbon leakage, ossia la rilocalizzazione delle attività produttive verso Paesi caratterizzati da vincoli meno stringenti e, quindi, da minori costi associati alle emissioni. Questo meccanismo di tutela ha però attenuato, in alcuni settori, l’esposizione effettiva delle imprese al prezzo della CO₂, riducendone parzialmente la capacità di orientare le scelte di investimento.
La nuova architettura europea mira, ora, a correggere tale asimmetria: nei comparti soggetti al Carbon Border Adjustment Mechanism (tra cui acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti e idrogeno) l’assegnazione gratuita sarà progressivamente ridotta, inoltre sarà allineato il costo carbonico delle importazioni a quello sostenuto dai produttori europei.
Conclusioni e prospettive
I risultati, dunque, suggeriscono prudenza nelle conclusioni. Di sicuro il sistema ETS ha comportato chiari effetti migliorativi in termini di emissioni, ma tali effetti sono stati raggiunti anche attraverso l’utilizzo delle rinnovabili, la redazione di standard energetici specifici, l’innovazione tecnologica, le politiche industriali e le dinamiche legate ai prezzi dell’energia.
Il principale equivoco da evitare, allora, è quello di considerare il mercato delle emissioni come alternativo o sostitutivo di tutti questi elementi, in quanto se è vero che il sistema ETS rende più conveniente investire nella decarbonizzazione che continuare a sopportare il costo delle emissioni, esso richiede anche l’innesto di tecnologie e infrastrutture adeguate sostenute da una appropriata disponibilità di capitale. In assenza di tali condizioni, le strategie aziendali si limiterebbero all’ acquisto di quote o al trasferimento del costo sui prezzi, senza incidere in modo sostanziale sul modello produttivo.
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