La pandemia da Covid-19 si sta rivelando assai più tenace di quanto previsto o forse più semplicemente di quanto sperato.
A distanza di oltre un anno dalla comparsa dei primi focolai siamo ancora preda del virus e ci barcameniamo fra improvvide aperture e contestate chiusure.
Per quanto si andrà avanti in questo modo? È impossibile prevederlo sia perché la campagna vaccinale in molti Paesi procede a rilento sia perché la comparsa di innumerevoli varianti stende un velo di incertezza su ogni accorgimento e potrebbe costringerci a immunizzarci ogni anno.
SARS-CoV2 e le sue varianti stanno facendo il loro mestiere, ossia contagiare più ospiti possibili per vivere e riprodursi. Possiamo dire che a nostra volta stiamo facendo del nostro meglio per contrastare il virus?
La questione è molto delicata e sconfina in questioni di carattere psicologico e sociologico di complessa interpretazione. Ammetto di non possedere la cassetta degli attrezzi per avventurarmi su questo terreno, nondimeno ciascuno di noi può riflettere sui comportamenti che osserva.
Il disagio è ormai fin troppo evidente e sarebbe sbagliato sottovalutare le conseguenze che il prolungato periodo di isolamento, il bombardamento mediatico e le continue restrizioni possono avere sulla psiche di noi tutti e in particolare su quella delle persone o delle categorie più vulnerabili. Circolano ormai numerosi studi scientifici al riguardo, pertanto non è il caso di dilungarsi oltre in questa sede.
Autorevoli esperti hanno più volte sottolineato che, oltre ad attenerci alle regole imposte dalle autorità per tentare di prevenire i contagi, dovremmo anche prenderci cura della nostra salute psicologica per scongiurare esiti nefasti.
La domanda che mi sto ponendo da mesi però è la seguente: in quale stato versava la condizione mentale della gran parte di noi prima dell’emergenza sanitaria?
L’impossibilità di mantenere il precedente ritmo di vita ha fatto precipitare molte persone verso un baratro di rabbia e insofferenze caratterizzato da noia e frustrazione. Conosco alcuni che s’inventano impegni o acquisti urgenti e indifferibili pur di uscire di casa, genitori che affrontano viaggi o riunioni di lavoro niente affatto necessari pur di non rimanere imprigionati negli obblighi familiari, gente che mentre le ambulanze corrono avanti e indietro all’impazzata compulsano avidamente i propri smartphone per organizzare la prossima vacanza. Ho visto umani in preda al panico perché non possono cenare al ristorante, fare compere durante il weekend o prenotare la settimana bianca.
Leggo un po’ ovunque che la pandemia ha fatto riscoprire il piacere di prendersi cura del proprio ambiente domestico – che sia la casa, un terrazzo o un giardino – e di godere delle piccole cose a volte dimenticate. Sarà, ma a me pare che questo manipolo di nostalgici sia sovrastato da un esercito di impenitenti villani che non vede l’ora di tornare al ruolo del consumatore perennemente indebitato.
Lo strazio dei lutti e la sofferenza spaventosa di tante famiglie imporrebbero ben altro rispetto e non c’è rivendicazione economica che tenga per giustificare il menefreghismo di tanti, di troppi. Questo sarebbe stato un momento perfetto per comprendere che uno stile di vita più parco (avete mai riflettuto sulla bellezza di questa parola che può essere aggettivo o sostantivo?) – praticato con consapevolezza e come libera scelta e non come rinuncia sofferta – è il modo migliore per tornare a essere più rispettosi, solidali, misericordiosi. Insomma umani.
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