Ci sono una serie di specie animali che, colpendo l’immaginario collettivo, da sempre incarnano valori utilizzati dall’uomo per la comunicazione con i suoi simili, soprattutto attraverso l’uso di simboli e miti. Pensiamo, ad esempio, all’aquila, simbolo di potere e di forza di tanti imperi di ieri (a cominciare dai Romani e fino al regno austroungarico) e di oggi (gli USA); il leone britannico; l’orso russo, ma anche il kiwi della Nuova Zelanda o la lupa italiana. E tralasciando i numerosi animali della mitologia, come il dragone cinese (ma anche il meno conosciuto drago rosso, simbolo del Galles), l’unicorno scozzese, il grifone polacco o la fenice greca. Un simbolismo ricco di significati ripreso ed ampliato dalla pubblicità dei nostri tempi, che lo utilizza a piene mani, rafforzando così l’immagine di questi animali nell’opinione pubblica, che li vede rappresentati di continuo e che quindi li pensa prosperi e al sicuro. Purtroppo non è così.
In un articolo apparso nell’aprile 2018 sulla rivista PLOS Biology, un gruppo di ricercatori dell’università di Parigi ha analizzato lo stato di conservazione delle 10 specie animali più iconiche, ovvero quelle più popolari e appunto quelle solitamente più utilizzate nella comunicazione quotidiana dei mass-media, nella pubblicità, nei loghi aziendali. Ci si aspettava che più un animale fosse noto e amato e maggiori fossero le iniziative per proteggerlo, magari a discapito di specie meno conosciute e popolari. E invece risultato quasi il contrario.
Noti, amati, ma poco protetti
In cima alla classifica c’era la tigre, la cui popolazione oggi è ormai ridotta ad un decimo di quella originale; al secondo posto il leone, che sopravvive in Africa solo con l’8% della popolazione iniziale, al terzo l’elefante, il cui numero di esemplari nell’ultimo decennio è diminuito del 62%.
E poi la giraffa, il leopardo, il panda, ecc. Tutti animali in forte declino quando non a rischio vero e proprio di estinzione, come i gorilla o l’orso polare.
Dal momento che solo una netta minoranza della popolazione umana ha mai visto dal vivo e in natura questi animali, la cui presenza virtuale nella nostra vita è invece alimentata dai mezzi di comunicazione, diamo in genere per scontato che appunto non siano specie a rischio o che, se lo fossero, qualcuno comunque se ne sta occupando per salvarle.
Si tratta di un noto meccanismo piscologico chiamato “scorciatoia cognitiva” ed è tipico della mente umana. Ci affidiamo a schemi mentali collaudati che manteniamo senza doverli aggiornare continuamente con informazioni che arrivano dall’esterno, se non dopo che i loro effetti ci hanno toccato personalmente.
Una sorta di cecità selettiva che peraltro non riguarda solo gli animali e l’ambiente che ci circonda ma anche noi stessi, sia a livello individuale sia soprattutto come specie. Un meccanismo che, assieme ad altri, sta per esempio alla base della nostra difficoltà a reagire in modo incisivo ai cambiamenti climatici in corso.
Con rischio concreto di fare la fine di un altro simpatico animale, simbolo delle isole Mauritius: il dodo.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.








