di Andrea Melandri
I fari del pickup si fanno largo tra le sterrate vie della periferia di Hargheisa, la capitale dello Stato indipendente del Somaliland. È una notte particolarmente buia. Si spalancano i cancelli del CCF Safe House. I cuccioli di ghepardo squittiscono avvolti nella polvere bianca, tirano i loro stretti guinzagli ricavati da una vecchia corda, sono impauriti, spaventati. Il veterinario del CCF spinge l’ago attraverso il loro soffice pelo per reidratarli, i suoi occhi sono attenti e una goccia di sudore scende dalla sua fronte. I volontari, nonostante la tarda ora, accorrono per appoggiare l’operazione di salvataggio. Di appena cinque mesi, i cuccioli di ghepardo sono disidratati, rachitici e così privi di calcio (che normalmente otterrebbero dal latte materno) che hanno problemi di deambulazione.
«Almeno sono vivi! – esclama la dott.sa Anahi Hidalgo del Cheetah Conservation Fund, – sono stati rapiti alla loro madre che sicuramente sarà stata uccisa in modo barbaro, almeno l’intelligence è riuscita a scovarli». Sarà una lunga notte.
La strategia di conservazione olistica del Cheetah Conservation Fund è la chiave del successo nel salvare il ghepardo e il suo ecosistema in questo piccolo Paese del Corno d’Africa.
Il CCF, in collaborazione con l’International Fund for Animal Welfare (IFAW) e Legal Atlas, lavora con le autorità per la fauna selvatica in Etiopia, Somalia, Somaliland e Yemen per porre fine al traffico di cuccioli di ghepardo vivi, prelevati allo stato brado e contrabbandati nella Penisola Arabica per essere venduti come animali domestici esotici. La maggior parte dei cuccioli catturati non sopravvive, questo tipo di commercio speculativo rappresenta una minaccia significativa per la popolazione dei ghepardi selvatici di tutta l’Africa. Poche persone si rendono conto della sofferenza che comporta. «Per ogni cucciolo di ghepardo che raggiunge il mercato, ne muoiono quattro o cinque – spiega la dott.ssa Laurie Marker, a capo del CCF – e le madri spesso vengono uccise».
Nel primo anno di attività (2018) il CCF ha recuperato circa 40 cuccioli in Somaliland. Molti non sono sopravvissuti a lungo. «Tuttavia, creando rifugi come il nostro e fornendo cure veterinarie, siamo stati in grado di ridurre i decessi quasi a zero in quattro anni» spiega la dott.ssa Laurie Marker.

Cuccioli sottratti ai contrabbandieri, ora al sicuro nel centro di recupero Cheetah Safe House. © Cheetah Conservation Fund
CCF coordina il progetto, affiancato dal Legal Intelligence for Cheetah Illicit Trade (LICIT), finanziato dal governo del Regno Unito attraverso il suo Illegal Wildlife Trade Challenge Fund.
Il CCF collabora con il Ministero dell’Ambiente e del Cambiamento Climatico (MoERD) per rafforzare le leggi e i regolamenti a protezione della fauna selvatica in Somaliland, fornendo un quadro giuridico più efficace e uniforme al fine di contrastare il commercio illegale. Inoltre, si impegna nella formazione delle capacità per i funzionari delle Forze dell’Ordine migliorandone le conoscenze e le abilità necessarie per catturare e punire i trafficanti. Esso aumenta la consapevolezza della popolazione sul valore dei ghepardi e di altri animali selvatici per ridurre il conflitto uomo-fauna selvatica, incoraggiando il sostegno allo Stato per porre fine al bracconaggio.
Il CFF si occupa, inoltre, dell’assistenza veterinaria e della gestione del Centro di recupero “Cheetah Safe House”. Attua la ricerca, attraverso il prelievo di campioni di DNA, stabilendo l’origine dei ghepardi sequestrati, rileva e censisce le popolazioni di ghepardi selvatici nel Corno d’Africa. Sostiene la rete Horn of Africa Wildlife Enforcement Network (HAWEN).
In partnership con il Ministero, il CCF gestirà il primo Parco naturale del ghepardo del Somaliland di 5000 ettari. «Il Somaliland ha in programma di aprire un Parco nazionale dove i ghepardi potranno vagare liberi e protetti – ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente, Shukri Ismail Haji. La piccola regione separatista, autoproclamatasi nel 1990, non può accedere alla maggior parte dei finanziamenti ambientali perché quasi nessun organismo mondiale ci riconosce come un Paese separato dalla Somalia» ha affermato il Ministro.
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