Un luogo comune? Tutt’altro, un’affermazione con basi scientifiche, come conferma un recente studio dei bioingegneri dell’Università di Pisa in collaborazione con l’Università di Padova e l’University of California Irvine.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science of the USA, analizza il meccanismo che ci porta a provare una specifica emozione a fronte di determinati stimoli e trova nel cuore la sua radice, dimostrando che l’attività cardiovascolare gioca un ruolo causale e precede temporalmente l’attivazione dei neuroni della corteccia cerebrale.
«In sostanza – spiega Gaetano Valenza, docente di bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa – non abbiamo la tachicardia perché abbiamo paura, ma la sensazione di paura è l’esperienza emotiva cosciente innescata dalla tachicardia».
A dimostrazione di questa teoria sono stati utilizzati modelli matematici complessi applicati ai segnali elettrocardiografici ed elettroencefalografici in soggetti sani durante la visione di filmati con contenuto emotivo altamente spiacevole o piacevole. I ricercatori hanno così scoperto che nei primi secondi lo stimolo modifica l’attività cardiaca, che a sua volta induce e modula una specifica risposta della corteccia. Un continuo e bidirezionale scambio di informazioni tra cuore e cervello sottende quindi l’intera esperienza cosciente dell’emozione e, soprattutto, della sua intensità.
Un punto di vista completamente nuovo, se si escludono alcune teorie proposte agli inizi del secolo scorso, poiché fino ad ora l’attività cardiovascolare è stata vista come un semplice supporto metabolico a sostegno del cervello e si è ritenuto che solo il cervello fosse la sede dei processi biologici responsabili dell’esperienza emotiva cosciente.
«Una scoperta che – secondo Claudio Gentili, del Dipartimento di Psicologia Generale e Centro per i Servizi Clinici Psicologici dell’Università di Padova – può avere delle ricadute molto rilevanti sulla comprensione dei disturbi psichici e sulla loro relazione con la salute fisica e spiegare perché soggetti con disturbi affettivi come la depressione siano associati a una maggior probabilità di sviluppare patologie cardiache o, viceversa, tra soggetti con problemi cardiaci si riscontra un incremento di ansia e depressione». E che conferma le più recenti posizioni neuroscientifiche che propongono di superare il dualismo tra il cervello, inteso come organo esclusivo della mente, e il corpo. Perché noi non siamo (solo) il nostro cervello.
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