Sono straordinarie e forniscono una visione dettagliata dell’insediamento dell’Homo sapiens nell’Europa settentrionale le prove fossili rinvenute nel sito della grotta di Ilsenhöhle a Ranis, in Germania.
Due nuovi studi contribuiscono in modo significativo alla comprensione di queste prime migrazioni degli Homo sapiens nelle gelide latitudini dell’Europa settentrionale, diversi millenni prima della scomparsa dei Neanderthal.
Un gruppo internazionale di ricerca ha documentato i fossili di Homo sapiens più antichi in Europa centrale e nord-occidentale, svelando per la prima volta gli artefici del complesso tecnologico Lincombian-Ranisian-Jerzmanowician (LRJ). I risultati sono stati pubblicati nell’articolo “Homo sapiens reached the higher latitudes of Europe by 45,000 years ago” pubblicato su Nature.
I fossili di Homo sapiens rinvenuti nel sito della grotta di Ilsenhöhle a Ranis, in Germania, sono datati a circa 45.000 anni fa. Gli strumenti in pietra ritrovati a Ranis, rinvenuti anche in altre località in Europa, dalla Moravia e dalla Polonia orientale alle Isole Britanniche, rivelano un arrivo anticipato di gruppi di Homo sapiens nel nord-ovest dell’Europa, diversi millenni prima della scomparsa dei Neanderthal nel sud-ovest europeo.
- Il sito della grotta di Ilsenhöhle sotto il castello di Ranis. © Tim Schüler TLDA/CC-BY-ND 4.0
- Utensili in pietra provenienti dalla LRJ di Ranis. 1) Punta a lama bifacciale parziale caratteristica dell’LRJ; 2) A Ranis l’LRJ contiene anche punte a foglia bifacciale finemente realizzate. © Josephine Schubert, Museum Burg Ranis/CC-BY-ND 4.0
I primi resti umani provenienti da Ranis
I ricercatori hanno impiegato la paleoproteomica per l’identificazione tassonomica di resti ossei morfologicamente non riconoscibili, recuperati durante gli scavi.
Tale indagine si è concentrata su frammenti ossei provenienti dalla collezione storica di Ranis, risalente agli scavi condotti tra il 1932 e il 1938.
Una volta individuati i 13 resti di ossa umane, provenienti sia dagli scavi precedenti, sia da quelli più recenti, è stato eseguito l’estrazione e l’analisi del DNA.
Elena Zavala, ricercatrice post-dottorato Miller presso l’Università della California, Berkeley, e il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, dichiara: «Abbiamo confermato che i frammenti scheletrici appartenevano ad Homo sapiens».
La datazione al radiocarbonio è stata impiegata per tracciare il periodo in cui gli esseri umani hanno occupato la grotta. La professoressa Sahra Talamo, figura chiave nella collaborazione italiana, ha giocato un ruolo fondamentale in questo studio, sottolineando l’importanza cruciale delle date al radiocarbonio ottenute.
«I risultati suggeriscono che l’Homo sapiens occupava sporadicamente il sito già da 47.500 anni fa» afferma Helen Fewlass, ricercatrice all’EMBO presso il Francis Crick Institute di Londra, e ex studentessa di dottorato della professoressa Talamo al Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology.
Homo sapiens si adattava a condizioni climatiche estreme
Il secondo studio, “Stable isotopes show Homo sapiens dispersed into cold steppes ~45,000 years ago at Ilsenhöhle in Ranis, Germany” pubblicato su Nature Ecology&Evolution, fornisce preziose informazioni sulle condizioni climatiche e ambientali che i gruppi pionieristici di Homo sapiens hanno affrontato nei dintorni di Ranis.
Durante il periodo LRJ, prevaleva un clima continentale estremamente freddo e paesaggi aperti simili a quelli attuali in Siberia o nella Scandinavia settentrionale.
«Questo dimostra che anche questi primi gruppi di Homo sapiens, in espansione attraverso l’Eurasia, avevano già una notevole capacità di adattarsi a tali condizioni climatiche avverse» afferma Sarah Pederzani dell’Università di La Laguna e del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, guida dello studio paleoclimatico del sito.

Dopo la preparazione e la purificazione chimica, piccolissimi campioni di denti di animali vengono caricati in uno spettrometro di massa per ottenere tracce di isotopi stabili dell’ossigeno, che forniscono informazioni sulle condizioni climatiche del passato. © Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology/CC-BY-ND
I due studi che presentano i risultati di questa importante ricerca sono stati guidati dai ricercatori dell’Istituto Max Planck per l’Antropologia Evolutiva, con la presenza della professoressa Sahra Talamo dell’Università di Bologna, unica autrice italiana e direttrice del laboratorio di radiocarbonio BRAVHO (Bologna Radiocarbon Laboratory Devoted to Human Evolution).
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