Dove l’impronta umana è maggiore, la quantità di biodiversità assente è elevatissima, con ecosistemi che arrivano a contenere anche solo una specie idonea ogni cinque che dovrebbero, invece, essere presenti. Si tratta di una perdita invisibile della natura, una Diversità oscura difficile da vedere.
Per valutare l’impatto della presenza umana sulla biodiversità naturale delle piante, ricercatrici e ricercatori hanno raccolto dati di biodiversità in quasi 5500 siti di 119 regioni del mondo, registrando non solo le specie vegetali presenti in ogni sito, ma anche le specie autoctone che dovrebbero esserci e risultano invece assenti.
Le misurazioni tradizionali della biodiversità impiegate fino a oggi, come il semplice conteggio del numero di specie registrate, non offrivano un quadro completo: l’identificazione della Diversità oscura ha permesso di colmare il gap conoscitivo. Ciò ha consentito di calcolare il potenziale della diversità vegetale di ogni area e rivelato quanto l’impronta umana l’abbia ridotto.
L’indice misura la quantità di risorse naturali che consumiamo o degradiamo a causa, per esempio, di urbanizzazione, inquinamento, disboscamento.
La diversità oscura rivela la perdita di natura
I risultati dello studio internazionale collaborativo “DarkDivNet” (Diversità oscura), che ha coinvolto oltre 250 scienziate e scienziati di tutto il mondo, sono stati pubblicati su Nature nell’articolo “Global impoverishment of natural vegetation revealed by dark diversity”.
Sono stati ben quindici i botanici e le botaniche di nove università italiane impegnati nello studio, fra cui il professor Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna, membro del Comitato Scientifico.
La differenza tra aree protette e aree antropizzate
Nei territori tutelati da aree protette, gli ecosistemi contengono in genere più di un terzo delle specie potenzialmente idonee, mentre quelle assenti lo sono soprattutto per cause naturali, come i limiti biologici della loro capacità di dispersione.
Dove l’impronta umana è maggiore, la quantità di biodiversità assente è invece elevatissima, con ecosistemi che arrivano a contenere anche solo una specie idonea su cinque.
La relazione fra l’Indice di Impronta Umana – che rileva fattori quali densità della popolazione, urbanizzazione, agricoltura e infrastrutture – e la Diversità oscura ha dimostrato inoltre che l’impatto antropico si estende ben oltre le aree direttamente modificate, fino a centinaia di chilometri di distanza, interessando anche le riserve naturali.
«Lo studio conferma, purtroppo, che le nostre attività influenzano negativamente la biodiversità. È fondamentale aumentare il numero e la superficie delle aree rigorosamente protette, ossia di aree in cui i processi naturali sono liberi di manifestarsi, a tutela della biodiversità presente e futura» dichiara il professor Alessandro Chiarucci, del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna.
DarkDivNet, coordinato dall’Università di Tartu in Estonia, ha visto collaborare, oltre all’Università di Bologna, le università italiane di Parma, dell’Aquila, dell’Insubria, di Catania, di Palermo, di Cagliari, della Basilicata e l’Università Ca’ Foscari Venezia.
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