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Viaggi e outdoor
Italia
NEL CUORE DELLA TUSCIA / SECONDA PARTE

Lungo il Marta, nella Riserva Naturale di Tuscania

Lungo il Marta, nella Riserva Naturale di Tuscania

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 2 Gen 2021

 

Leggi qui la prima parte dell’articolo

Il corso del Marta rappresenta il cuore della Riserva, con ben due Siti di Interesse Comunitario (SIC) individuati al suo interno. Lungo il fiume, soprattutto nel tratto settentrionale, rimangono ampie fasce di vegetazione igrofila e ripariale: pioppi, ontani, salici e fasce di canneto.

In prossimità di piccole sorgenti, gruppi di sambuchi ombreggiano felci anche poco comuni come il capel Venere (Adiantum capillus-veneris), mentre vicino all’acqua nidifica il pendolino (Remiz pendulinus) ed è facile udire l’inconfondibile trillo dell’usignolo di fiume (Cettia cetti). I boschi attorno sono composti da roverelle, aceri e frassini.

Spostandosi nella parte più a valle del Marta, dove le forre tufacee si allargano in più ampie vallate sedimentarie, la formazione boschiva più evoluta sui versanti è quella del querceto a cerro (Quercus cerris) e del bosco mesofilo con carpini e cornioli, mentre in zone più aperte e soleggiate domina la vegetazione termofila, spesso a macchia mediterranea, con lecci, lentischi, eriche.

Con una vegetazione così diversificata, interrotta da zone più aperte a pascolo o coltivo, anche la fauna risulta piuttosto ricca.

Una veduta del complesso della Chiesa di San Pietro. © Laura Floris

Oltre alle specie già citate segnaliamo l’abbondante presenza del cinghiale (Sus scrofa), dell’istrice (Hystrix cristata) e di altre specie ornitiche come l’allocco (Strix aluco), il rigogolo (Oriolus oriolus), la rara ghiandaia marina (Coracias garrulus), il lodolaio (Falco subbuteo) e i numerosi silvidi che popolano la macchia mediterranea.

Interessante poi la nidificazione di specie legate alle colture cerealicole e ai pascoli condotti in modo tradizionale, come l’albanella minore (Circus pygargus), la quaglia (Coturnix coturnix) e di ben tre specie di alaudidi: la calandra (Melanocorypha calandra), la cappellaccia (Galerida cristata) e l’allodola (Alauda arvensis).

Il Marta, dal Lago di Bolsena al Tirreno

Il torrente Maschiolo, un affluente del Marta. © Archivio Provincia di Viterbo

Larthe, antico nome del fiume Marta, nasce dal Lago di Bolsena nei pressi dell’omonimo piccolo paese, dove aveva sede il porto etrusco di Martanum. Questo corso d’acqua, navigabile sino al Medioevo, ha avuto un ruolo strategico per le popolazioni etrusche della zona, dal momento che permetteva un rapido collegamento tra il lago e il mare. Non è un caso, dunque, che lungo il suo corso, che attraversa buona parte dell’antica Tuscia, siano sorte tante necropoli etrusche.

Attraversato il cuore della Riserva Naturale di Tuscania, il Marta percorre ancora circa 70 chilometri prima di raggiungere il Tirreno, dove sfocia presso Gravisca, l’antico porto di Tarquinia.

Negli ultimi anni Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste hanno purtroppo lanciato un grido d’allarme per il cattivo stato di salute del Marta a causa dello sversamento di acque reflue urbane non depurate che hanno finito per inquinare il fiume e la sua foce, a Tarquinia.

Tra sugherete e uliveti

A Nord della Riserva, verso Bolsena e Canino, gli ulivi costituiscono la dominante del paesaggio, come attestano anche i numerosi frantoi locali. Ma a testimoniare il connubio tra uomo e natura vi sono anche numerosissime sugherete, che solo in provincia di Viterbo ricoprono quasi 158 ettari, di cui 80 di sugherete “pure”.

Protagonista, in questo caso, è la quercia da sughero (Quercus suber), specie forestale dall’elevato valore ecologico, apprezzata per la rusticità, la resistenza agli incendi, la produzione del sughero. Tipico del bacino del Mediterraneo, questo ambiente ha però conosciuto, negli ultimi decenni, una forte contrazione. Proprio la Riserva Naturale di Tuscania ospita una delle sugherete più antiche e meglio conservate del Lazio, tanto da essere inserita tra i Siti di Interesse Comunitario ai sensi della Direttiva Habitat (SIC IT601 0036 – Sugherete di Tuscania, 39,6 ettari). Il caratteristico sottobosco vede la presenza di piante come l’asfodelo, lo smilace e l’asparago selvatico.

Area protetta in pratica

Tutta la zona descritta è facilmente percorribile seguendo i sentieri e le carrarecce. Come riferimento si può tenere il corso del Marta e iniziare la visita dalle basiliche medievali poste sul colle San Pietro, che tra l’altro offre dall’alto una buona panoramica del territorio, consentendo di farsi un’idea complessiva della zona.

La parte a Nord del fiume e dell’abitato di Tuscania offre lo spettacolo delle sugherete e della sorgente solforosa dell’Acquaforte, in località San Savino, lungo il fosso dell’Aquarella.

Un itinerario ideale può essere quello che porta alla scoperta delle varie necropoli etrusche presenti nella riserva. Merita una visita innanzitutto la celebre Madonna dell’Olivo, a poca distanza dal centro, con le tombe dei Curunas, del Sarcofago delle Amazzoni e della Grotta della Regina, ricca di labirinti e cunicoli. Poco distanti vi sono l’Area del Tufo e la necropoli di Carcarello, con il monumentale sepolcro dei Vipinana. A Nord Est del colle di San Pietro, lungo il Maschiolo, si trova invece la necropoli di Pian di Mola, con le sue tombe rupestri alcune delle quali con tetto di casa. Sul fronte opposto, è invece la necropoli della Peschiera, dove spicca la tomba del Dado. Meritano una visita anche le necropoli di San Ponente e di Sasso Pizzuto, a ridosso della strada provinciale Vetrallese. Tra l’altro vicino alla prima si possono percorrere ancora le antiche “tagliate”, strade romane incise nel tufo e addirittura un tratto della via Clodia, che proprio in questo punto guadava il Marta. Questa necropoli si trova su terreno privato ed è sempre opportuno chiedere alla proprietà.

Da non perdere

Allestito nell’ex convento di Santa Maria del Riposo, il Museo Archeologico di Tuscania. Conserva al suo interno numerosi arredi tombali rinvenuti nelle necropoli della zona, come i sarcofaghi della famiglia Curunas, risalenti al 340-240 a.C., che insieme a quella dei Vipinana, fu una delle potenti famiglie etrusche che dominarono il territorio.

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