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Matthew Fontaine Maury e i messaggi in bottiglia

Matthew Fontaine Maury e i messaggi in bottiglia

Alfonso Lucifredi Alfonso Lucifredi 5 Ago 2020

Per quanto pittoresco e spesso utilizzato da vecchi film o romanzi d’avventura, l’abbandono di messaggi alle onde del mare, gelosamente custoditi da una bottiglia, non è soltanto una fantasia di scrittori e sceneggiatori. Per secoli, i messaggi in bottiglia sono stati effettivamente usati, e per i motivi più disparati.

La leggenda vuole che il primo a inviarne uno fu il filosofo greco Teofrasto nel 310 a.C., per dimostrare come le acque del Mediterraneo si riversassero nell’oceano Atlantico. Dopo di lui, però, a migliaia furono gli uomini di mare che abbandonarono alle correnti le proprie comunicazioni, nella speranza che qualcuno le trovasse. Il più celebre fu sicuramente Cristoforo Colombo, di ritorno dal suo viaggio che lo aveva portato per la prima volta nel Nuovo Mondo: durante una violenta tempesta, temendo di affondare con il suo equipaggio, scrisse una lettera in cui descriveva le sue scoperte, con la preghiera di consegnarla alla regina di Spagna. Anche se sembra proprio che il messaggio sia stato effettivamente abbandonato alle onde dell’Atlantico, non se ne ebbe più traccia.

Poi fu il turno di Benjamin Franklin, celebre politico americano ma anche valido scienziato, che fu tra i primi a utilizzare questo sistema di comunicazione per trovare nuove rotte nell’Atlantico, riportando in numerosi biglietti luogo e data del loro abbandono in mare: quando venivano portati a riva dalle correnti, i messaggi fornivano indicazioni utili per tracciare nuove rotte, magari più rapide e convenienti, per l’attraversamento dell’oceano. Grazie a questo suo progetto, portato avanti insieme al cugino Timothy Folger, si iniziarono a creare mappe che per la prima volta includevano la celebre corrente del Golfo.

Sulla falsariga delle ricerche di Franklin, fu però un altro scienziato americano a utilizzare questo insolito sistema per studiare le correnti oceaniche nel dettaglio. Matthew Fontaine Maury (1806-1873) è oggi considerato uno dei padri della moderna oceanografia, e il sistema di rotte attraverso l’Atlantico che ha creato è rimasto in vigore fino al XX secolo, praticamente immutato. In qualità di soprintendente dell’United States Naval Observatory e del Depot of Charts and Instruments, Maury fece abbandonare in mare bottiglie contenenti informazioni sulla posizione e sulla data di rilascio del messaggio, ottenendo così informazioni preziose sulla velocità delle correnti ogni volta che questi messaggi venivano recuperati.

Matthew_Fontaine_Maury

Il comandante Matthew Fontaine Maury. © Ella Sophonisba Hergesheimer/CC0

Ma, al di là di questo sistema ingegnoso e insolito, Maury si rivelò anche molto pratico e abile nel trattare con i navigatori: studiando archivi e registri contenenti migliaia di dati di navigazione, ottenne mappe nautiche sempre più precise e dettagliate, che fornì ai capitani in cambio dei loro diari di bordo, in modo da avere informazioni sempre più complete. Ideò un sistema di registrazione dei dati di bordo che divenne uno standard, uniformando e rendendo facilmente fruibili le informazioni sulla navigazione.

Fu anche un sostenitore della teoria del Passaggio a Nord-Ovest, sulla base delle sue conoscenze in campo zoologico: Maury infatti notò come molte balene catturate in Atlantico portassero i segni di precedenti incontri con altre baleniere del Pacifico. In effetti, queste avrebbero potuto passare da un oceano all’altro attraverso il pericoloso Capo Horn, ma Maury dubitava che potessero farlo con una così grande frequenza. Così, ben sapendo che le balene sono mammiferi e necessitano di aperture nel ghiaccio per poter venire a galla e respirare, sostenne l’esistenza di un passaggio a nord-ovest che, almeno in un periodo dell’anno, si liberava dai ghiacci al punto da permettere il transito dei giganti del mare (e conseguentemente anche delle navi). Maury fu anche uno dei primi a mappare le migrazioni delle balene, intuendo dalle informazioni recuperate dai diari di bordo come queste si spostassero lungo determinate rotte con regolarità. Ai tempi, i cacciatori di balene ignoravano che questi animali migrassero e si avventuravano in mare nella speranza di incontrarli, speranza che, il più delle volte, restava inappagata.

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