I Cetacei, specie iconiche presenti nell’immaginario umano da tempi remoti, e la plastica, diventata parte integrante della nostra vita quotidiana da pochi decenni: due mondi apparentemente molto distanti. Eppure il loro destino è ormai intrecciato a causa del comportamento superficiale dell’uomo.
di Alberta Mandich
Ogni anno vengono prodotti ed utilizzati oltre 300 milioni di tonnellate di plastica e circa 10 milioni sono riversate in mare: lungo le coste e in mare aperto, dall’equatore al polo, nelle fosse oceaniche e congelati nei ghiacci polari. Gradualmente scomposta in microplastiche, la plastica sta entrando nelle catene alimentari con conseguenze, sconosciute a lungo termine, per la vita animale e la nostra salute. L’inquinamento da plastica colpisce i singoli animali, dal plancton alle balene, alterando l’ecosistema in cui vivono e inducendo disregolazione di funzioni importanti come la riproduzione.
La plastica è pericolosa per i Cetacei?
Ripercussioni negative possono derivare dall’entanglement (aggrovigliamento) e dall’ingestione di plastiche.
L’entanglement negli attrezzi da pesca attivi o abbandonati, in reti illegali, come le spadare o in altri detriti marini è documentato per il 30% delle specie e si stima che circa 300.000 Cetacei muoiano ogni anno. Per le specie più piccole che spesso annegano rapidamente, trascinate dal peso delle reti, la stima del numero reale è difficile. I Cetacei più grandi, come le megattere, le balenottere e i capodogli sono molto vulnerabili e vanno incontro ad una agonia lenta, sottoposti ad uno sforzo enorme per spostarsi nell’acqua nonostante le reti avvolte intorno al corpo e incapaci di evitare altri pericoli come le collisioni con le imbarcazioni. Molto spesso, quando le reti rimangono avvolte in modo serrato intorno all’animale, si possono osservare lacerazioni anche molto profonde, ulcere e conseguenti infezioni.
L’ingestione di macroplastiche può provocare seri danni ai Cetacei, causando lesioni più o meno gravi allo stomaco e blocchi intestinali di varia estensione, con una riduzione dello spazio per il cibo, da cui può derivare un falso senso di sazietà e inedia1.
Il Capodoglio è una specie particolarmente colpita dall’ingestione di macroplastiche ed è stato proposto come indicatore della salute degli oceani per l’impatto dei rifiuti marini nelle acque profonde2. I canyon marini, parte del suo areale di caccia, sono tra le aree di massimo accumulo di rifiuti. L’84% dei capodogli spiaggiati lungo le coste italiane tra il 2008 e il 2019 aveva nel proprio stomaco frammenti di plastica, così come oltre il 60% dei capodogli nei mari greci. Nello stomaco sono stati trovati corde, plastica e diversi tipi di reti in materiale galleggiante. Il maggior numero di detriti ingeriti per evento è stato segnalato proprio in Grecia in un giovane capodoglio spiaggiato il cui stomaco conteneva 135 oggetti di plastica2.
L’accumulo di microplastiche
Un’altra parte del problema dell’ingestione è costituito dall’accumulo di microplastiche che costituiscono l’8% della massa totale di plastica dispersa in mare e il 94% dei 1.800 miliardi di pezzi che fluttuano negli oceani. La strategia alimentare può essere una caratteristica distintiva che influenza l’ingestione di microplastiche. Un cetaceo particolarmente a rischio è la Balenottera comune, appartenente all’ordine dei Misticeti. I Cetacei filtratori setacciano migliaia di litri di acqua ogni giorno (una media di 71 m3 di acqua per volta) per alimentarsi, ingerendo contemporaneamente plastica e altri detriti.
La strategia alimentare e la sovrapposizione tra l’habitat e gli hotspots di microplastica osservata nel Santuario Pelagos, porterebbero all’assunzione di circa 3000 pezzi/giorno di microplastiche, considerando l’elevata contaminazione, paragonabile a quella registrata nel vortice del Pacifico settentrionale. La maggior parte delle conseguenze è rappresentata da stati infiammatori, danno ai tessuti a livello cellulare e/o alterazione delle vie metaboliche3.
Un pericolo particolarmente grave deriva dal fatto che la plastica oceanica, oltre a contenere componenti chimiche strutturali ed additive tossiche, costituisce un’eccellente superficie per l’adesione di inquinanti organici persistenti o POP, già dispersi nell’ambiente marino. Attraverso il bioaccumulo, le specie vengono a contatto con quantità di inquinanti ancora più elevate rispetto all’ambiente che le circonda (biomagnificazione).
I POP sono stati trovati nei tessuti di megattere, capodogli, globicefali e balenottere comuni, ma anche di orche, stenelle e tursiopi, con massime concentrazioni nei maschi adulti e minime nelle femmine adulte, probabile conseguenza del passaggio madre-neonato del carico di inquinanti. Il contatto prolungato nel tempo con gli inquinanti porterebbe a conseguenze multiple dalla alterazione del metabolismo ormonale alla immunodepressione.
Infine, la plastica può fare da carrier a microrganismi contribuendo alla diffusione degli agenti patogeni.
Bibliografia
(1) IWC. (2020). Report of the IWC Workshop on Marine Debris: The Way Forward, 3-5 December 2019, La Garriga, Catalonia, Spain. https://archive.iwc.int/pages/view.php?ref=17025&k=33b414ef36
(2) Alexiadou P, Foskolos I, Frantzis A (2019). Ingestion of macroplastics by odontocetes of the Greek Seas, Eastern Mediterranean: Often deadly! Marine Pollution Bulletin, 146, 67–75. https://doi.org/10.1016/j.marpolbul.2019.05.055
(3) Fossi MC, Baini M, Simmonds MP (2020). Cetaceans as Ocean Health Indicators of Marine Litter Impact at Global Scale. Front. Environ. Sci. 8:586627.
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