
In occasione dell’uscita del nuovo libro “Cani, falchi tigri e trafficanti” di Ermanno Giudici e Paola D’Amico, abbiamo chiesto a uno degli autori di raccontarci come è nata l’idea e perché vale la pena leggero. Chi meglio di Ermanno può guidarci alla lettura?
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“Cani, falchi tigri e trafficanti” nasce dalla volontà di raccontare un periodo che attraversa decenni molto diversi, politicamente e socialmente, portando con sé trasformazioni che hanno modificato, talvolta in meglio, troppo spesso in peggio, il nostro rapporto con animali e ambiente. Per alcuni versi aumentando empatia e compassione nei confronti degli animali non umani, per altri esasperando l’emotività di un rapporto, causando altrettanti seppur differenti danni. In altri ancora legittimando sofferenze inaccettabili, come negli allevamenti intensivi.
Erano i tempi del sequestro Moro quando ho cominciato a occuparmi di animali, iniziando un’attività di volontariato presso la sezione milanese dell’Ente Nazionale Protezione Animali, che non ho più interrotto sino ad oggi. Si potrebbe dire un viaggio durato davvero una vita, che ho voluto, in minima parte (per ragioni di spazio) raccontare. Per testimoniare cose accadute realmente viste anche attraverso il racconto dell’attività di indagine portata avanti come guardia zoofila volontaria di ENPA. Parlando di tempi in cui potevano succedere cose che oggi, per fortuna, non possono più ripetersi. Grazie a un cambiamento della normativa che tutela gli animali dai maltrattamenti e regolamenta il commercio e la detenzione di molte specie. Una volta non era così e a Milano, come in molte parti d’Italia, c’erano negozi specializzati nella vendita di animali esotici come tigri, leoni e scimpanzé. Uno, il più famoso o famigerato che dir si voglia, era in Piazza Santo Stefano: 30 metri quadri di negozio e uno scantinato che di tanto in tanto metteva in vendita tigrotti, cuccioli d’orso e scimmie. Per una clientela danarosa che cercava l’animale da mostrare agli amici, con il quale stupire. Animali che potevano venire dalla cattura o dalla cattività, destinati a fare una misera vita.
Nella metropolitana in Duomo, in quegli anni, era ospitata un’esposizione con vendita di animali, tenuti costantemente sotto la luce al neon. Prigionieri di una jungla di cemento, per la felicità dei titolari che ricavavano parecchi soldi da questo lavoro. Senza che nessuno potesse o volesse dire nulla su volpi, scimmie, rettili e qualche felino costretti a vivere in un bunker senza sole. Come anguste celle erano le gabbie dello zoo cittadino, che in realtà era, come quello di Torino, il deposito di un catturatore di animali.
Da queste situazioni è iniziata la volontà di cercare un cambiamento, di tentare di modificare quello che nella mia foga giovanile ritenevo fosse un’ingiustizia. Una realtà questa che in parte esercitava su di me anche una fascinazione. Nella voglia di possedere gli animali, di poterli avere, c’è qualcosa di ancestrale che va trasformato: da possesso in rispetto. Il primo è sempre molto più facile da esercitare, mentre il secondo è virtù che va coltivata, allevata con cura. E io ho dovuto canalizzare diversamente il mio modo di rapportarmi con gli animali.
Attraverso varie esperienze, studio, confronto e tanto lavoro per creare una cultura diversa ho iniziato a mettere in atto azioni concrete di tutela degli animali, coinvolgendo la magistratura e le forze di polizia, che allora non erano particolarmente sensibili a questo tema. Nel frattempo coordinavo in quegli anni un gruppo di volontari che erano, senza saperlo, i pionieri del soccorso agli animali in difficoltà. Un’attività allora poco sentita, salvo che dai Vigili del Fuoco che su questo tema ci sono sempre stati vicini. Solo che allora bisognava sperare di trovare il caposquadra giusto, mentre oggi la loro attenzione per il soccorso agli animali in difficoltà, per fortuna, è diventata regola. Per noi non c’era giorno o notte: se un animale era in pericolo -con l’incoscienza dei vent’anni e con un vuoto completo delle regole nello specifico settore- dovevamo far qualcosa. Salivamo sui tetti e ci calavamo nei canali, arrivando ovunque ci fosse bisogno. Radunando le squadre non con i cellulari come oggi, ma telefonando a casa sui telefoni fissi, che rappresentavano il vero ostacolo. Un mondo oggi lontano che molti non possono nemmeno immaginare. Che mi ha fatto catturare scimmie, serpenti ma anche trasportare un leone di un contrabbandiere della Valtellina su un furgone preso a noleggio.
Poi è arrivata l’attività di vigilanza, la possibilità di operare in proprio con tutti i limiti del volontariato. Fare i poliziotti volontari e farlo seriamente è davvero difficile, se devi lavorare e hai altri impegni. Perché molte indagini sono come una collana di perle e vanno seguite con tempo e costanza, con preparazione e sacrificio. Il libro racconta alcune di queste indagini e vuole rappresentare uno spaccato che porta il lettore proprio dentro il mondo del traffico, dei maltrattamenti ma anche dell’ordinaria indifferenza di chi, pur dovendolo fare per professione, non controlla come dovrebbe. Proprio quest’ultimo punto è il cardine su cui poggia l’intera questione animale: i mancati o gli omessi controlli, le sottovalutazioni, la mancata percezione della sofferenza, che speriamo di aver raccontato, con Paola D’Amico, in modo che possa essere compresa anche dal lettore. In un modo molto attento, mai fastidioso, senza destare raccapriccio.
Ma non voglio raccontare troppo, perché il libro in fondo è un poco come un thriller e non bisogna svelare tutti i particolari.




