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Scienza
NUOVA SCOPERTA

Tre denti da latte rivoluzionano le conoscenze sui Neandertal

Tre denti da latte rivoluzionano le conoscenze sui Neandertal
Ricostruzioni da microCT scan dei tre denti di Neandertal. Foto Stefano Benazzi, Università di Bologna

Laura Floris Laura Floris 7 Nov 2020

Il ritrovamento di tre denti da latte appartenuti a bambini di Neandertal vissuti nell’Italia nord-orientale tra 70.000 e 45.000 anni fa ha fatto ricredere gli studiosi sul fatto che i tempi di svezzamento di questa specie fossero diversi rispetto a quelli di Homo sapiens.

Fino a oggi si riteneva, infatti, che i bambini neandertaliani iniziassero a consumare cibo solido molto più tardi rispetto ai cinque-sei mesi di Homo sapiens e che questo fosse causa di una minore fertilità della specie nonché una delle ragioni che portarono alla sua scomparsa dal Pianeta.

I piccoli di Neandertal svezzati come i Sapiens

Invece, i tre piccoli denti da latte ritrovati in Veneto, presso il Riparo del Broion, nella Grotta di Fumane e nella Grotta de Nadale, raccontano un’altra storia.

Analogamente agli alberi, i cui anelli di accrescimento ne rivelano l’età, anche i denti presentano degli indizi dai quali è possibile ottenere – attraverso tecniche di analisi istologica – informazioni sul loro livello di sviluppo. Inoltre, informazioni sulla composizione chimica ottenute con la spettrometria di massa hanno consentito di stabilire che i piccoli neandertaliani iniziarono a consumare cibo solido tra i cinque e i sei mesi d’età.

Nuove luci sui nostri lontani “cugini”

Lo studio, dal titolo “Early life of Neanderthals” e pubblicato sulla rivista PNAS, è stato promosso e guidato da Stefano Benazzi, professore al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna. Benazzi è anche il Coordinatore scientifico del progetto di ricerca europeo SUCCESS (ERC Starting Grant No. 724046), che sta cercando di scoprire quando l’uomo moderno giunse nell’Europa meridionale, i processi bio-culturali che ne favorirono il successo adattativo e le cause che decretarono l’estinzione del Neandertal.
«I risultati di questo studio – spiega Benazzi – mostrano che i Neandertal e l’Homo sapiens condividono una richiesta energetica simile nel corso della prima infanzia e un simile ritmo di crescita. Questi elementi suggeriscono che i neonati di Neandertal dovevano avere un peso simile a quello dei nostri neonati: ciò indicherebbe anche una simile storia gestazionale, un simile processo di sviluppo nelle prime fasi di vita e forse anche un possibile intervallo tra le gravidanze più breve di quanto si è pensato finora».

Non è una questione culturale

«Per l’uomo moderno, a prescindere dal tipo di cultura e di società, l’introduzione nella dieta di cibo solido avviene attorno al sesto mese, quando il bambino inizia ad aver bisogno di un maggior apporto energetico: ora sappiano che la stessa tempistica valeva anche per i Neandertal» spiega Alessia Nava, del DANTE – Diet and ANcient TEchnology Laboratory al Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo-facciali della Sapienza, ora ricercatrice Marie Curie della University of Kent (Regno Unito) e co-prima autrice dello studio.

Un cervello esigente

«Se facciamo un confronto con altri primati è molto probabile che l’alto livello di risorse energetiche richiesto per il processo di crescita del cervello umano porti alla necessità di una precoce introduzione di cibi solidi nella dieta dei neonati» dice Federico Lugli, ricercatore dell’Università di Bologna e co-primo autore dello studio.

Stanziali e con una mentalità moderna

Il ritrovamento dei tre dentini ha dato indicazioni anche sugli spostamenti dei Neandertal di quella regione. E si è scoperto che erano più stanziali di quanto si immaginasse.
«L’analisi degli isotopi dello stronzio presenti nei denti studiati indica che questi bambini hanno passato gran parte del tempo nelle vicinanze del loro luogo di origine: un comportamento che denota una mentalità moderna, collegata probabilmente ad un utilizzo attento delle risorse che avevano a disposizione in quella regione» dice Wolfgang Müller, professore della Goethe University Frankfurt (Germania), tra i coordinatori dello studio.
Nonostante ai tempi del periodo analizzato le temperature si fossero abbassate, questi uomini del paleolitico avevano a disposizione molte risorse: cibo, diversità di ambienti naturali e grotte: «Tutti elementi che aiutano a spiegare la sopravvivenza dei Neandertal in quest’area fino a circa 45.000 anni fa» commenta Marco Peresani, professore dell’Università di Ferrara, tra i coordinatori dello studio e responsabile degli scavi nella Grotta de Nadale, in quella di Fumane e, in condivisione con Matteo Romandini ricercatore all’Università di Bologna, al Riparo del Broion.

Uno studio internazionale

Hanno partecipato studiosi dell’Università di Bologna, della University of Kent (Regno Unito), del Goethe University Frankfurt (Germania), dell’Università di Ferrara, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (IGAG) – CNR, del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam”, dell’Università di Firenze, della Sapienza Università di Roma, del Natural History Museum of London (Regno Unito).

 

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