Nel cuore bianco e gelido dell’Antartide, a gennaio 2026, la scienza ha scritto un’altra pagina importante. Un team internazionale, con l’Italia protagonista assoluta, ha completato un’impresa che sembra uscita da un romanzo di avventura di Jules Verne: perforare, in un ambiente ostile dove le temperature medie estive sono di -35 °C, la crosta ghiacciata della Piattaforma di Ross per recuperare sedimenti marini rimasti sepolti per milioni di anni e riuscire a “leggerli” in chiave di interpretazioni climatiche future.
Questi “testimoni di fango”, estratti da una profondità record di 228 metri sotto il fondo oceanico dell’Antartide , non sono solo campioni di roccia, ma vere e proprie “scatole nere” che contengono la memoria climatica della Terra.
- Mappa del Ross Ice Shelf. © SWAIS2C
- Schema della perforazione a Crary Ice Rise. © SWAIS2C
Un’impresa da record in Antartide: la sfida di SWAIS2C
Il progetto si chiama SWAIS2C (Sensitivity of the West Antarctic Ice Sheet to 2 °C) e il suo obiettivo è tanto semplice quanto vitale: capire come reagirà la calotta glaciale se le temperature globali aumenteranno di 1,5 – 2 °C, proprio come previsto dagli accordi di Parigi.
La spedizione ha operato nel Mare di Ross in Antartide, presso il sito di Crary Ice Rise, dove il ghiaccio poggia direttamente sulla roccia basale a oltre 500 metri di profondità. Il team di ricerca è stato composto da oltre 120 esperti di 10 nazioni, con l’Italia in prima fila grazie all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), all’OGS e alle Università di Siena, Trieste e Genova.
La piattaforma di Ross ha forme e funzioni particolari e strategiche all’interno del complesso ecosistema antartico. Immaginatela la come un gigantesco tappo di champagne grande quanto la Francia. Questa massa di ghiaccio galleggiante impedisce ai ghiacciai retrostanti continentali di scivolare velocemente nell’oceano.
Se questo “tappo” dovesse cedere a causa del riscaldamento delle acque, il collasso della calotta occidentale (WAIS) farebbe innalzare rapidamente il livello del mare di 4-5 metri. Un innalzamento simile ridisegnerebbe le coste di tutto il mondo, minacciando metropoli come Bangkok, Shanghai, Venezia o New York.
Viaggio nel tempo: l’ultimo periodo interglaciale
Per raggiungere i sedimenti dei fondali marini sotto la calotta antartica, gli scienziati hanno usato una tecnica speciale, con un perforatore ad acqua calda (hot-water drill) capace di fondere il ghiaccio, seguito da una sofisticata trivella rotante chiamata AIDD.
Le carote di sedimento recuperate offrono uno sguardo su un passato remoto, in particolare su un periodo avvenuto circa 125.000 anni fa (il Last Interglacial). In quell’epoca, le temperature erano di circa 1,5 – 2 °C superiori a quelle preindustriali, proprio la soglia critica che stiamo raggiungendo oggi.
Le prime analisi suggeriscono che in quei periodi caldi il ghiaccio si sia ritirato drasticamente, lasciando il posto al mare aperto, come dimostrato dalla presenza di microfossili di alghe (diatomee) dove oggi c’è solo ghiaccio. Tra l’altro i tempi con cui ciò è avvenuto sono probabilmente stati molto più lenti rispetto a quello che stiamo osservando oggi.
Cosa ci aspetta?
Dopo una serie di importanti analisi effettuate sul posto, ora i campioni sono in viaggio verso i laboratori di tutto il mondo. Se confermeranno che la calotta antartica è collassata in passato con un aumento di soli 1,5 – 2 °C di temperatura, avremo la prova definitiva che il nostro pianeta si trova vicino a un punto di non ritorno (tipping point). Se, invece ciò non avverrà potremo sperare di avere, forse, un po’ più di tempo per deciderci ad agire a livello globale.
In tutti i casi questi 228 metri di fango e rocce antartiche ci aiuteranno a capire con maggior precisione cosa ci aspetta per affrontare le sfide climatiche del ventunesimo secolo.
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