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nuove tecnologie / seconda puntata

5G, cosa dice la ricerca

5G, cosa dice la ricerca
foto Lisic/shutterstock.com

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 1 Mag 2020

Cosa ne pensa il mondo della ricerca sui potenziali effetti del 5G sulla salute? Dopo aver spiegato nella prima puntata le caratteristiche della tecnologia di quinta generazione per la telefonia mobile, vediamo che opinioni hanno i ricercatori.

Il principio di precauzione

Oggi sono almeno 10.000 gli studi che supportano il principio di precauzione (perfino il 27% di quelli finanziati dalle aziende della telefonia). Inoltre, un sempre maggior numero di studiosi si sta schierando per un approccio cautelativo pur con atteggiamenti meno intransigenti rispetto, per esempio, a quelli di Olle Johansson, neuroscienziato del Karolinska Institute, che ha affermato che la prova del danno causato dai campi elettromagnetici a radiofrequenza è “schiacciante”.
Peraltro, va detto che oggi gli studi specifici sulle radiofrequenze prodotte dal 5G sono solo all’inizio, trattandosi di una tecnologia nuovissima.

Le ricerche sugli effetti del 2G, 3G e 4G

Tuttavia, esistono già svariate centinaia di ricerche scientificamente riconosciute sugli effetti dei 2G, 3G e anche 4G.

Tra queste, segnaliamo quelle prodotte dal National Toxicology Program americano, che nel novembre 2018 ha diffuso il rapporto finale di uno studio su animali, dal quale è emersa una «chiara evidenza che i ratti maschi esposti ad alti livelli di radiazioni da radiofrequenza, come 2G e 3G, sviluppano rari tumori delle cellule nervose del cuore». Il rapporto aggiunge anche che esistono «alcune evidenze di tumori al cervello e alle ghiandole surrenali».

Pochi mesi prima, nel marzo 2018, proprio in Italia venivano diffusi i risultati dello studio dall’Istituto Ramazzini (Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni) di Bologna, che ha considerato esposizioni alle radiofrequenze della telefonia mobile mille volte inferiori a quelle utilizzate nello studio statunitense, riscontrando gli stessi tipi di cancro. «Una coincidenza tra studi osservazionali e sperimentali a migliaia di chilometri di distanza non può essere dovuta al caso. Nei forti utilizzatori di cellulari sono state colpite le aree temporale e frontale, quelle più coinvolte durante l’uso del telefonino» ha fatto notare Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Area Ricerca dell’Istituto Ramazzini e responsabile dello studio italiano, considerata oggi uno dei ricercatori che più si sono esposti nell’invocare il principio di precauzione nei confronti del 5G.

Cosa dice il mondo della ricerca italiana

Quindi il mondo della ricerca italiana è contro il 5G? Non proprio. In un’audizione alla Camera sulla questione, gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dell’agenzia della OMS per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti hanno messo in discussione proprio i due studi citati dal Movimento Stop5G e da altre associazioni nate in Italia per contrastare l’arrivo del 5G. Il motivo è che le potenze utilizzate nei due studi sono molto più elevate rispetto a quelle a cui saremo esposti per via di antenne e cellulari, che produrranno onde molto meno potenti e, quindi, meno penetranti e meno dannose.

Opinioni contrastanti

Motivo per il quale il sistema necessiterà dell’installazione di una rete di celle molto più piccole e capillari, le cosiddette “small cells”, rispetto a quelle attuali. In particolare, Alessandro Polichetti, dell’ISS, ha fatto notare che l’Agenzia europea per la ricerca sul cancro (IARC) classifica i campi elettromagnetici a radiofrequenza nel gruppo dei “possibili cancerogeni”, ovvero quei fattori per cui si sospettano degli effetti dannosi, ma di cui non esistono ancora prove a riguardo. Tutti gli scienziati sono peraltro concordi che ancora non esistono sufficienti studi epidemiologici sugli effetti del 5G sulla salute umana. Tuttavia, mentre per molti ricercatori, come appunto Fiorella Belpoggi, ciò dovrebbe essere un motivo in più per applicare un sacrosanto principio di precauzione, ovvero non installare questa tecnologica fino a quando non saremo sicuri dei suoi effetti (nel mondo sono più di 200 gli scienziati indipendenti che, guidati dall’oncologo svedese Lennart Hardell, hanno sottoscritto un appello per una moratoria del 5G), per altri tecnici, come Polichetti, ciò non sarebbe necessario, in quanto le caratteristiche intrinseche del sistema indicherebbero un rischio addirittura inferiore rispetto alle precedenti tecnologie. Peraltro gli stessi tecnici e ricercatori che lavorano per le multinazionali delle telecomunicazioni, pur ammettendo che non ci sono sufficienti evidenze che le radiazioni del 5G sono innocue, ribattono che, secondo loro, non sono sufficienti e convincenti neppure le prove che esse sono dannose. Insomma nella migliore delle ipotesi si ammette che non vi sono ancora evidenze su niente, ma si procede in ogni caso con il programma.

Una questione di democrazia

Accanto agli aspetti legati alla salute e ai possibili impatti sull’ambiente (come il già citato taglio degli alberi, ma anche come strane morie di uccelli e di api in prossimità delle antenne più potenti) vi è però un’altra questione che inquieta non poco gli oppositori del 5G: la sua imposizione alla cittadinanza senza nessuna consultazione, ma anche senza nessun reale controllo preventivo. Per qualsiasi prodotto che si pensa possa avere anche solo ipotetici impatti sulla salute vi sono, a livello mondiale e nazionale, normative da rispettare e le industrie sono obbligate a produrre studi aggiornati sulle valutazioni del rischio (si pensi all’industria chimica ma, anche a quella automobilistica).

È bastata una delibera

Per la telefonia, invece, non è richiesto nulla di tutto ciò. È bastata una delibera dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e, da gennaio sono state impiantate le prime antenne, mentre a Roma sono in corso di installazione 200.000 lampioni wireless predisposti anche per tale tecnologia. Il nostro governo pensa solo ad incassare i soldi della concessione delle frequenze alle varie compagnie, che peraltro sarà meno della metà di quanto lo Stato incassò nel 2000 per il 3G (13,6 miliardi). E l’Italia appare sempre più come una sorta di “Paese-laboratorio” dell’Occidente, dove testare nuovi sistemi e tecnologie.

In Belgio ha vinto il principio di precauzione

Invece, proprio per la carenza di studi specifici sugli effetti, il Belgio per ora ha rifiutato la tecnologia 5G in nome del principio di precauzione, mentre la Svizzera ha chiesto di sospendere o rallentare le nuove installazioni.

In Italia, molti sindaci stanno dichiarando il proprio territorio comunale “5G Free”, soprattutto dopo aver scoperto di essere nell’elenco dei 120 comuni “sperimentali” senza essere stati preventivamente avvisati (come il comune di Cogne, in pieno Parco Nazionale del Gran Paradiso). Come detto in Italia il settore della telefonia è oggi una sorta di zona franca. Forse perché le onde elettromagnetiche non si vedono? Eppure Fiorella Belpoggi del Ramazzini ricorda che «amianto, fumo di tabacco, benzene, formaldeide e altre sostanze hanno mostrato cancerogenicità in studi decenni prima che si prendessero provvedimenti restrittivi, fino al bando».

Un augurio

Sarebbe dunque il caso di non fare così anche per il 5G. Purtroppo in un Paese come il nostro, dove spesso chi governa appare inadeguato ad affrontare sfide complesse e dove il peso delle lobby è sempre molto forte, i cittadini dovranno organizzarsi sempre di più e vigilare sul rispetto, non solo dei parametri minimi di sicurezza, ma anche su quei valori di democrazia e trasparenza su cui si fonda la Repubblica italiana.

 

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