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INFEZIONI TRASMESSE DAGLI ANIMALI

Perché le foreste sono il miglior antivirus che abbiamo

Perché le foreste sono il miglior antivirus che abbiamo
©WWF-Mike Goldwater

Redazione Redazione 24 Mar 2020

La storia del nostro Pianeta dura da 3,8 miliardi di anni ed è costellata, fin dal principio, da un numero incalcolabile di microrganismi, virus, batteri e protozoi che hanno svolto e svolgono un ruolo essenziale nei cicli biogeochimici.

Questi microbi sono il presupposto stesso alla nascita e alla persistenza della vita sulla Terra. E nella stragrande maggioranza dei casi sono innocui, se non addirittura benefici, per la salute dell’uomo.

Alcuni, però, come il coronavirus SARS-COV-2 all’origine del Covid-19, possono avere un impatto estremamente negativo sulla nostra salute, sui sistemi sociali ed economici in ogni angolo del globo. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha, infatti, già colpito oltre 160 Paesi e causato oltre 17.000 vittime.

L’aumento delle epidemie

Se le epidemie hanno sempre attraversato i secoli, ciò che colpisce è l’intensificarsi della loro comparsa. Secondo uno studio pubblicato nel 2014 sul Journal of The Royal Society Interface, negli ultimi decenni la frequenza dei focolai di malattie infettive è aumentata costantemente.

Tra il 1980 e il 2013 sono stati registrati 12.012 focolai e 44 milioni di casi individuali in tutti i Paesi del mondo. L’incremento della mobilità e del commercio globali, così come la crescita della vita ad alta densità nelle aree urbane hanno giocato un ruolo complementare in questo trend, ma esistono cruciali collegamenti anche e soprattutto con i cambiamenti climatici e con la perdita di biodiversità.

©WWF Brazil -Juvenal Pereira

Animali troppo vicini all’uomo

Una ricerca della ong EcoHealth Alliance ha mostrato che la deforestazione, aumentata incessantemente negli ultimi due decenni, è collegata al 31% dei focolai di Ebola, Zika e Nipah. Una tesi suffragata anche da uno studio internazionale realizzato in Africa e pubblicato su Nature, per cui i focolai di Ebola sono “significativamente associati alle perdite delle foreste nei 2 anni precedenti”.

La deforestazione, infatti, spinge gli animali selvatici fuori dai loro habitat naturali e li avvicina alle popolazioni umane, creando una maggiore opportunità di “attecchimento” per le zoonosi, cioè quelle malattie che si diffondono dagli animali agli umani, attraverso il cosiddetto spillover ovvero il “salto da una specie all’altra”. Come sanno bene gli scienziati, infatti, i patogeni non rispettano i confini, nemmeno quelli esistenti tra le specie.

Il report del WWF

Ora un nuovo report del WWF Italia prova a evidenziare i collegamenti nascosti che esistono fra le azioni dell’uomo e alcune malattie che hanno un fortissimo impatto non solo sulla salute delle persone, ma anche sull’economia e sui rapporti sociali.

Lo studio analizza come i cambiamenti di uso del suolo e la distruzione degli ecosistemi, in particolare quelli forestali (i più complessi e ricchi di biodiversità) siano responsabili dell’insorgenza di almeno la metà delle zoonosi emergenti.

Si possono prendere ad esempio alcuni pipistrelli portatori del virus Ebola che vivono nelle foreste incontaminate dell’Africa occidentale: il cambiamento di uso del territorio come le strade di accesso alla foresta, l’espansione di territori di caccia e la raccolta di carne di animali selvatici (bushmeat), lo sviluppo di villaggi e altri insediamenti in territori prima selvaggi, hanno portato la popolazione umana a un contatto più stretto con nuovi virus, favorendo l’insorgenza di nuove epidemie.

©Michel Roggo-WWF

Il pericolo arriva da zanzare e bushmeat

Lo stesso è accaduto con patologie come la febbre gialla (che viene trasmessa, attraverso le zanzare, da scimmie infette), la leishmaniosi o l’HIV, che si è adattato all’uomo a partire dalla variante presente nelle scimmie delle foreste dell’Africa Centrale.

Il consumo di bushmeat è in drammatica crescita in diverse parti del mondo – non solo in Africa – e mette terribilmente a rischio la salute umana, così come il commercio di fauna selvatica o di parti di essa (wildlife trafficking) che, oltre ad essere causa primaria di perdita di biodiversità, amplifica potenzialmente la diffusione di patogeni.

©Adam-Oswell

 Il 75% delle malattie umane fino ad oggi conosciute, infatti, deriva da animali, così come il 60% delle malattie emergenti viene trasmesso da animali selvatici.

In aggiunta, la realizzazione di habitat artificiali o di ambienti poveri di natura e con un’alta densità umana possono ulteriormente facilitare la diffusione di patogeni. Le periferie degradate e senza verde di tante metropoli tropicali, ad esempio, sono la culla perfetta per malattie pericolose e per la trasmissione di zoonosi, mentre la diffusione in paesi tropicali di sistemi d’irrigazione, canalizzazioni e dighe permette la riproduzione di vettori come alcune specie di zanzare.

Un nuovo accordo per immaginare il futuro

«La nostra analisi nasce con lo scopo di approfondire il legame che esiste tra la perdita di natura e le malattie che, come il nuovo Coronavirus, mettono in serio pericolo l’umanità», dice la presidente del WWF Italia Donatella Bianchi.

«È fondamentare riuscire a proteggere gli ecosistemi naturali, conservare le aree incontaminate del pianeta, contrastare il consumo e il traffico di specie selvatiche, ricostruire gli equilibri degli ecosistemi danneggiati, arrestare i cambiamenti climatici.

Per poter immaginare un futuro globale abbiamo bisogno di un New Deal for Nature e People. Tutti insieme riusciremo a vincere questa sfida e a invertire la rotta che sta portando al collasso il Pianeta».

E anche chi è poco incline a valutare le conseguenze ambientali delle azioni antropiche, dovrebbe riflettere sulla portata socio-economica di queste crisi. Se la perdita economica dovuta all’esplosione della SARS nel 2003 è costata all’economia globale tra i 30 e i 50 miliardi di dollari, i numeri dell’emergenza del SARS-CoV-2 crescono esponenzialmente e purtroppo sembrano già destinati a rendere improponibile qualsiasi confronto con il passato.

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riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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