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Società
Un libro dedicato

Ritratti di gente invisibile, gli apicoltori

Ritratti di gente invisibile, gli apicoltori
Giovanni (foto di Rosy Sinicropi)

Pietro Greppi Pietro Greppi 14 Apr 2020

 

Due anni fa, quando proposi agli amici del Consorzio Conapi di realizzare per loro un libro dedicato alle api non immaginavo che fosse già in cantiere “Ritratti di gente invisibile”.

Presentammo il nostro progetto e piacque. Ma il Presidente (il Diego Pagani autore dell’Autodichiarazione di un apicoltore ai tempi del Coronavirus) aggiunse che in quel momento aveva in testa un altro genere di libro da dedicare a tutte quelle persone che fanno di mestiere gli apicoltori lavorando silenziosamente e indefessamente accanto alle api. Capii che voleva realizzare qualcosa di suo e che non aveva bisogno di noi.
Lo scorso anno, al compimento dei 40 anni del Consorzio, mi fu regalata copia del fatidico “Ritratti di gente invisibile”: formato pocket, tutto in bianco e nero, testi (a parte uno) e disegni di Diego Pagani. Rimase in redazione per qualche mese, poi, riordinando cartellette, buste, comunicati e chiavette tornò fuori. Lo ripresi e decisi di portarmelo in casa per dargli un’occhiata. Prese posto sul comodino insieme a qualche altro libro, finché una sera ne lessi un racconto, ispirato dalla foto del personaggio a cui era dedicato: Giovanni.
Apprezzai il linguaggio molto “parlato” di Diego, la descrizione divertente e filante del personaggio… Di sera in sera e un racconto alla volta finii per leggermi tutti quanti i “ritratti di gente invisibile”.

Ho parlato con Conapi e con l’editore Pendragon e ho avuto il benestare a pubblicare un paio di ritratti.
Logicamente partiamo da quello di Giovanni.
Buona lettura.

 

Giovanni (foto di Rosy Sinicropi)

Giovanni

Giovanni, me mi sorprende sempre, ogni volta che gli parlo. Te sei lì che lo ascolti e lui ti lascia cadere qualche episodio della sua vita che tu non ci puoi credere. Tipo: un giorno ero con lui nel suo laboratorio di smielatura e non ricordo perché ho nominato Cuba, e lui: “Io ci ho lavorato…”.
“Come scusa?”.
“Sì, a Cuba. Strappavo l’erba nelle piantagioni di canna da zucchero. In settimana. Nei weekend potavo i banani…”.
Ecco, Giovanni è uno tipo così, che per lui è normale che uno di Asti sia stato a strappare l’erba nelle piantagioni di canna da zucchero a Cuba, e nei weekend potava i banani.

– Stacco –

Montreal, interno notte:
Quattro persone sedute al tavolo di una brasserie nella città sotterranea con davanti bicchieri di birra canadese ed i menu. In mezzo al tavolo un tovagliolo di carta scarabocchiato, luce artificiale tenue. Neon, odore di carne alla griglia e sport alla tv.
Io: “Giò, guarda che i tuoi aneddoti sono ben strani…”.
Giovanni: “Se son strani i miei dovresti conoscere il mio testimone di nozze”.
Io: “???”.
Giovanni: “Il mio testimone è un siciliano che è stato tra i fondatori di lotta continua, in Sicilia, poi è partito per l’Afghanistan per combattere al fianco dei mujaheddin contro i russi. Ad un certo punto è stato catturato ed ha passato i successivi due anni a giocare a scacchi con il generale russo. Dopo questi due anni ha detto al generale che si annoiava ed allora lo hanno fatto salire su un aereo militare e l’hanno scaricato in Congo. Da lì, un po’ a piedi, un po’ con mezzi di fortuna ha raggiunto l’Etiopia dove ha conosciuto una ragazza l’ha sposata e ci ha fatto sei figli. Io lo conoscevo perché insieme montavamo pannelli solari sulle moschee”.
Io: “Va bene… primo: perché montavate pannelli solari sulle moschee?”.
Giovanni: “Beh, perché succede molto spesso che persone facoltose per agevolare l’ingresso al regno dei cieli facciano donazioni alle moschee, e da qui i pannelli solari”.
Io: “Ok… secondo: ma tu prima di fare quello dove stavi?”.
Giovanni: “Ah, beh, ero in Costa d’Avorio a curare le capre con l’epilessia”.
Io: “…”.
Giovanni: “…”.
Io: “Giò?”.
Giovanni: “Sì?”.
Io: “Me lo puoi ripetere che voglio prendere appunti?”.

Poi gli ho anche chiesto come avesse cominciato a lavorare con le api.

“Come son diventato apicoltore?”.

Nel 1981, frequentavo il primo anno dell’istituto tecnico agrario, durante la settimana autogestita dagli studenti (allora si facevano queste cose), partecipai ad un corso di apicoltura. Entusiasta ne parlai ai miei genitori e qualche settimana dopo mio padre che lavorava in Fiat a Torino (in quel periodo in Fiat potevi comperare e vendere qualunque cosa) arrivò con un alveare legato sul portabagagli dell’auto.
Iniziò così (quando avevo 14 anni) la mia avventura da apicoltore, sistemai l’alveare nel giardino della casa di campagna e tutte le domeniche ero lì a curiosare e farmi pungere. Erano api molto aggressive, sciamavano molto, ma facevano anche il miele. In qualche anno mi ritrovai con alcune decine di alveari, mi divertivo e ci ricavavo quel tanto che bastava a pagarmi il cinema e le vacanze estive. Nel frattempo mi diplomai, presi una laurea, un dottorato di ricerca, e le api erano sempre lì: un’alternativa piacevole al lavoro e alla vita in città (per modo di dire, visto che sono veterinario ed allora mi occupavo di cavalli ed animali selvatici).
Nel 1998 decisi di andare a lavorare in Africa, in un progetto di sviluppo promosso dall’Ue in Costa d’Avorio (venivo pagato in Ecu). Ad un certo punto venni a sapere che un apicoltore professionista israeliano organizzava corsi di apicoltura tropicale. Caricai sulla Land Rover quattro dei miei yacoubà più svegli e per un paio di settimane imparammo tutto quello che c’era da sapere sull’allevamento delle api africane. Qualche anno dopo, organizzando a mia volta corsi di apicoltura per beneficiari del progetto e personale vario di altre Ong, conobbi Maria José Pastor Rodriguez, che sarebbe poi diventata la compagna della mia vita. Continuammo a lavorare in giro per l’Africa sino al 2005, quando decidemmo di rientrare in Italia e di mettere su un’azienda apistica professionale.
Investimmo quanto duramente sudato con il lavoro in Africa, in quello che serviva per allevare api e figli.
Nel frattempo avevo iniziato a seguire corsi e convegni con lo scopo di imparare nuovamente (in realtà per la prima volta, visto che prima di partire era un hobby) ad allevare api in Italia. A Terra Madre (rappresentavo la comunità Yacoubà, impossibilitata a partecipare, a causa della guerra civile in atto in Costa d’Avorio) conobbi uno strano personaggio (Francesco Panella), qualche giorno dopo mi presentai a casa sua con una bottiglia di vino ed una scatola di diapositive (delle mie avventure africane), finimmo la bottiglia, le diapositive rimasero nella scatola e mi ritrovai a fare il tecnico apistico, oltreché l’apicoltore.
Le cose non andavano male, l’azienda era cresciuta arrivando a 500 alveari e riuscivamo a mantenere: i figli, un camion, un capannone ed un paio di dipendenti, poi iniziarono i problemi con le api. Era sempre più difficile produrre e mantenere vive le api, ed in tutti i prodotti delle nostre api trovavano residui anche molto elevati di pesticidi. La terra del vino e delle nocciole era diventata inospitale per le api.
Nel 2016 ho traslocato api e famiglia in Lunigiana, e mi sento un po’ come, immagino, si sentissero gli indiani nelle riserve. Sarà questo il destino degli apicoltori?

 

 

Tratto dal volume Ritratti di gente invisibile, 
Edizioni Pendragon 2020, per gentile concessione dell’editore. 


Prezzo: € 15,00, pag. 143 


Per chi fosse interessato all’acquisto, il volume in questo periodo di chiusura delle librerie può essere ordinato direttamente all’editore che lo spedirà al solo prezzo di copertina senza aggiunta delle spese di trasporto.

 

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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