Si comincia a respirare aria di post-pandemia Covid-19, ma occhio alla ripartenza.
Molti, infatti, iniziano a programmare le uscite che potranno fare, stufi di questa forzata clausura. Insomma, non vediamo l’ora di muoverci, di riprendere la vita di prima, anzi meglio di prima.
Ma, al di là dei rischi individuali e a livello di popolazione, connessi a un patogeno – che non sembra ancora significativamente scemato né tanto meno sotto controllo – quali saranno gli scenari ambientali?
Abbiamo visto in queste settimane come alla natura basti davvero poco per recuperare e riprendersi spazi che sembravano perduti. Aria e acque più pulite, inquinamento acustico quasi scomparso. Ma anche animali che tornano a farsi vedere anche in città, cieli finalmente liberi dalle onnipresenti scie degli aerei…
Una lezione di cui fare tesoro
Verrebbe da pensare che questo periodo, in cui l’ambiente si è preso una pausa dall’essere umano, possa aver insegnato molto all’Homo cosiddetto sapiens, facendogli forse capire che si può davvero provare a vivere riducendo la pressione sulla natura senza per questo perdere comodità o privilegi. E che il dibattito sul riscaldamento globale, le spinte dei giovani dei “Fridays for future”, le battaglie ambientaliste degli strati più consapevoli della società occidentale potranno trarre vantaggi da questa dura esperienza e, dunque, riprendere con maggior vigore.
Anche perché se un problema tutto sommato transitorio come il Coronavirus ha causato questo pan-demonio (strano …stessa radice etimologica di pan-demia), immaginiamo cosa possono davvero provocare gli inarrestabili cambiamenti climatici e ambientali in corso, di cui si prevedono effetti pesanti già entro il 2030. Tra i quali possiamo includere altre e forse ancor più devastanti epidemie dal momento che la diffusione di popolazioni virali e i loro temuti spillover (passaggio da una specie all’altra) sono sicuramente favoriti anche dall’inquinamento e dalla distruzione di habitat naturali.

Viale Fulvio Testi, a Milano, insolitamente libera dal traffico automobilistico. (foto di Pietro Greppi)
Guai a ripartire senza guardare alla sostenibilità ambientale
Ebbene, i primi segnali che intravediamo all’orizzonte, purtroppo, ci dicono che i nostri illuminati governanti, salvo pochissime eccezioni, non sembrano aver capito niente. Si stanno preparando a ripartire perdendo l’ennesima, colossale – e forse ultima – opportunità per cambiare la strada suicida da tempo imboccata.
Vi sono, infatti, segnali di riprese di attività produttive ancor più spinte di prima. Con conseguenti impatti ambientali che rischiano di essere più pesanti di quelli precedenti, tutto per “recuperare” il tempo (e i denari) perduti (es. Cina). Ma, soprattutto, giungono commenti di politici, come il Presidente USA o il premier ungherese che dichiarano senza mezzi termini che ora bisogna pensare alla crisi socio-economica incrementando in tutti i modi il lavoro, il commercio e, in generale, il business e l’economia. Senza perdere risorse e tempo in chiacchiere da ambientalisti.
Come se ci si potesse risollevare da uno schiaffone come quello del Covid19 ignorando l’emergenza climatica e senza pensare a nuovi paradigmi socio-economici impostati davvero sulla sostenibilità ambientale! No, si pensa a immettere a livello mondiale 3.000 mld di dollari di liquidità fasulla e ad abolire i già scarsi vincoli ambientali per riprendere a “produrre”, a spingere la “crescita”, a sostenere i PIL: folli!
Non rimane allora che sollecitare, per l’ennesima volta, iniziative dal basso, progetti e azioni concrete (ce ne sono già tantissime nel mondo ma anche in Italia, molte più di quel che si creda) per un Paese migliore e per i giorni che stanno arrivando. Insieme, creando gruppi, comunità, associazioni, perché sono ormai finiti i tempi dei cammini solitari.
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