Quella dei coniugi Gardner e dello scimpanzé parlante Washoe è la storia della comunicazione diretta tra uomini e altri animali, che fino a soltanto pochi decenni fa appariva impossibile.
Ovviamente ci riferiamo a una comunicazione complessa, fatta di parole, concetti astratti e di una vera e propria grammatica.
Le barriere apparivano insormontabili anche per una visione distaccata del mondo animale da parte degli esseri umani, che non ritenevano possibile che altri esseri viventi potessero provare sentimenti o agire senza seguire il proprio istinto.
Nei decenni centrali del Novecento, però, molte cose stavano cambiando. L’etologia iniziava a diventare una disciplina di interesse per il grande pubblico e si era alla ricerca di un linguaggio che fosse accessibile anche ai nostri parenti più stretti, ossia le scimmie antropomorfe.
Viki: mama, papa up e cup
Un primissimo tentativo venne portato avanti su una femmina di scimpanzé di nome Viki, allevata da Keith e Catherine Hayes, che cercarono di insegnarle a parlare sin dall’infanzia. Dopo lunghi anni di logopedia e sforzi costanti, Viki era in grado di emettere, con molta fatica, solo quattro parole: “mama”, “papa”, “up” e “cup”. Questo risultato così deludente supportò la visione di chi pensava che le scimmie antropomorfe non fossero in grado di utilizzare un linguaggio complesso come quello degli umani.
Ma il problema, in realtà, non erano eventuali limiti cognitivi, quanto l’incapacità di una scimmia non umana di emettere gli stessi suoni che noi umani utilizziamo per parlare.
Il linguaggio simbolico di Sarah
L’intuizione arrivò qualche anno dopo, quando i coniugi Ann James Premack e David Premack tentarono una nuova strada con un’altra giovane di scimpanzé di nome Sarah. Il linguaggio insegnato a Sarah non era più vocale ma simbolico: si avvaleva di alcuni simboli mobili posti su una lavagna magnetica. I risultati furono ottimi, Sarah si dimostrò in grado di comunicare con gli umani e di rispondere a quesiti di vario genere. Questi esiti sorprendenti diedero slancio per nuovi studi nel campo dell’intelligenza e della comunicazione animale.
Un dialogo possibile
A questo punto, era ormai chiaro che gli scimpanzé potevano dialogare con gli uomini. Bisognava solo trovare un sistema di comunicazione adatto a entrambe le parti, che permettesse di esprimere concetti complessi, dotato di una grammatica e di un ampio vocabolario.
L’intuizione arrivò ad un’altra coppia di ricercatori, Beatrix Tugendhut Gardner (1933-1995) e Allen Gardner (1930-). Entrambi in forza all’università del Nevada, i due scienziati adottarono una giovane scimpanzé di 10 mesi di vita, di nome Washoe, a cui iniziarono a insegnare il linguaggio americano dei segni, l’ASL (American Sign Language).
Washoe imparò a utilizzare decine di simboli diversi e a usarli in contesti diversi da quelli in cui li aveva imparati, dimostrando così di averne afferrato perfettamente il significato. Ad esempio, dopo aver visto un cigno, Washoe fece, spontaneamente e senza alcun suggerimento, i simboli “uccello” e “acqua”.
Per mantenere il massimo rigore possibile, i Gardner ben presto tolsero a Washoe i premi in cibo per ogni parola imparata, in modo da evitare che i suoi gesti divenissero meccaniche imitazioni fatte unicamente con lo scopo di ottenere qualcosa da mangiare. Stabilirono inoltre che si poteva ritenere un nuovo segno come parte del vocabolario di Washoe solo dopo che lo scimpanzé lo aveva utilizzato per due settimane consecutive, e in modo sempre corretto. Si stima che, grazie a questo sistema, Washoe imparò a utilizzare correttamente circa 350 segni.
Di padre in figlio
Dopo cinque anni, i Gardner si dedicarono ad altre ricerche mentre Washoe continuò i suoi studi in Oklahoma, sotto la guida di un’altra coppia di scienziati, Roger e Deborah Fouts. Le critiche al progetto non mancarono, soprattutto da parte di chi riteneva che Washoe ripetesse i gesti osservati senza averli realmente appresi. Con gli anni, buona parte di queste critiche vennero meno dalla costante osservazione delle capacità di Washoe e dai suoi risultati sempre brillanti.
Seguendo l’onda del successo dell’esperimento, ben presto vennero portati avanti molti altri studi sulla comunicazione con i non umani. Vennero coinvolti anche delfini o pappagalli, ma le “celebrità” in questo campo furono ancora le scimmie antropomorfe, in particolare il gorilla Koko e il bonobo Kanzi. Washoe morì nel 2007, alla rispettabile età di 42 anni, dopo aver insegnato alcuni segni anche a suo figlio Loulis.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com



