Si firma DocPG ed è un esperto infettivologo toscano. Ha scelto di utilizzare uno pseudonimo, e di non apparire con il proprio nome e il proprio volto, perché non gli interessa la notorietà e la visibilità che il suo ruolo potrebbe portargli, contrariamente a quello che spesso si vede sui mass media.
«Scrivo fatti e opinioni personali, che in nessun modo impegnano la struttura in cui lavoro».
Quello che leggerete, DocPG l’ha scritto per le persone vicine a lui che continuavano e continuano a chiedergli informazioni pratiche e contingenti sul Coronavirus, ma anche risposte alle proprie paure. Noi abbiamo intercettato casualmente i suoi scritti e siamo stati attratti dalla chiarezza delle sue spiegazioni, che lasciano piccoli varchi aperti all’ironia e alla battuta.
…
Premessa
Scrivo per le persone che conosco, per coloro che in questo periodo mi chiedono notizie, consigli, informazioni, rassicurazioni. Per i congiunti e per gli amici, con i quali ancora oggi non è possibile vedersi. E per tutti coloro che vorrebbero avere informazioni chiare e certe.
Perché hanno paura, perché la paura delle malattie infettive è qualcosa che si insinua nel profondo e causa insicurezza. Senti l’insidia nell’aria che respiri, nelle cose che tocchi, nelle persone che sfiori. Anche nei tuoi cari che potrebbero essere infetti asintomatici e contagiarti.
Cerco di portare un po’ di buon senso per poter pensare al futuro con più serenità.
Non da scienziato, ma da medico impegnato sul campo, solidamente informato sui fatti e sulle teorie. Ho letto e metabolizzato decine di pubblicazioni dai risultati spesso discordanti, come è normale nella scienza.
Ma, poi, vengono pubblicati e discussi su media generalisti che sposano l’una o l’altra tesi per interessi economici, o politici, o di visibilità mediatica… Senza pensare alle conseguenze che ne derivano.
Il COVID-19 è come una normale influenza?
Su questo punto gli schieramenti si sono subito divisi e presi a randellate mediatiche, conclusesi con una fuga disordinata dei tapini che avevano provato a dire che questo coronavirus non era poi così grave.
Nelle prime settimane dell’epidemia in Italia, saltò agli occhi il fatto che la percentuale di morti da noi era nettamente superiore rispetto a quella riscontrata in Cina.
Qualche esperto TV cominciò a ipotizzare che una mutazione aveva reso il virus più aggressivo mentre percorreva la Via della Seta al contrario.
Non era vero niente.
Nelle ultime settimane, invece, sta diventando chiaro che tantissimi soggetti sono asintomatici o con sintomi lievi.
Prontissimi si sono affacciati esperti che dicono che il virus “si sta adattando all’essere umano” (un illustre epidemiologo a “Porta a porta” pochi giorni fa).
Un presidente di regione – quello dei cinesi che mangiano i topi – ha affermato ieri: «Il virus perde forza? Forse è artificiale». Un’affermazione che da un punto di vista logico non si regge in piedi…
Come stanno realmente le cose?
Purtroppo l’epidemiologia è fatta di numeri: proviamo con degli esempi a chiarire un paio di concetti.
La letalità di una malattia, nel nostro caso di una infezione, indica quante persone muoiono di quella malattia sul totale dei malati di quella malattia.
La mortalità è un concetto diverso: indica quante persone muoiono di una malattia sul totale di una popolazione, compresi i sani.
Immaginiamo 100 persone malate di una infezione, di cui solo 50 vanno dal dottore che diagnosticherà la malattia, 5 di questi 50 muoiono.
La letalità apparente è del 10%.
Perché dico apparente? Perché in realtà i malati sono 100, ma solo 50 sono andati dal dottore, gli altri se ne sono stati a casa loro, sono ignoti al sistema sanitario e alle sue statistiche. Se consideriamo che i malati sono in totale 100 e i morti sono i soliti 5, la letalità effettiva è del 5%.
Ricapitolando, quindi:
- letalità apparente (o case fatality rate) indica quale percentuale di persone muore di una infezione sul totale delle persone diagnosticate con quella infezione;
- letalità effettiva (o infection fatality rate) indica quale percentuale di persone muore di una infezione sul totale delle persone che effettivamente hanno quella infezione.
Chiaramente, se di una infezione si identifica solo una piccola parte dei casi effettivi, la letalità apparente sarà molto più alta della letalità effettiva (e anche la paura della malattia sarà maggiore del dovuto…)
Numeri e tabelle
Consideriamo a questo punto i numeri che vediamo tutti i giorni alla TV e le tabelle pubblicate sui giornali e sui siti Internet: ci viene dato il numero totale dei malati DIAGNOSTICATI e il numero dei deceduti. Calcolato in base a questi numeri, il tasso di letalità – che in Italia è altissimo, superiore al 13% – è la letalità apparente!
Per avere un’idea, però, della vera letalità, dobbiamo considerare che il numero degli infetti, considerando gli asintomatici, i paucisintomatici, quelli con polmonite curata e guarita a casa senza diagnosi, ecc. è enormemente sottostimato, probabilmente di dieci volte o più.
Anche il numero dei deceduti è certamente sottostimato, perché, verosimilmente, non considera molti anziani morti senza diagnosi a casa loro o in una RSA, anche nelle settimane precedenti la scoperta dell’epidemia, ma è più vicino al reale.
L’aggressività del virus e i tamponi
La migliore stima della effettiva letalità si può avere soltanto facendo tamponi su tamponi, non solo a coloro che arrivano in ospedale, ma soprattutto a chi è malato a casa, oltre che a tutti i contatti dei malati.
Lo tsunami di casi che ha travolto gli ospedali dell’Italia settentrionale ha fatto sì che da noi i test sul territorio siano stati relativamente pochi, rispetto ad altri Paesi. La differente politica di effettuazione dei tamponi diagnostici spiega le differenze fra i vari Paesi europei: se la letalità in Germania e Portogallo è intorno al 4%, in Spagna e Francia è superiore al 10 % e da noi è ancora più alta si deve non a differenze di aggressività del virus, ma molto semplicemente a quanti tamponi sono stati fatti sulla popolazione, dentro e fuori gli ospedali.
Ma allora, mi chiederete, qual è la letalità effettiva di questo benedetto coronavirus? Le stime più accreditate oggi, fra scienziati, epidemiologi e statistici, sono intorno all’1%; un po’ di più in popoli anziani come il nostro, un po’ di meno in popolazioni giovani come la Corea del Sud, perché la letalità è concentrata nelle classi di età più elevate, diciamo dai 65-70 anni in su, con casi sporadici – che hanno forte risonanza mediatica – nelle classi di età più giovani.
La Diamond Princess
Certo, sarebbe bello disporre di un modello sperimentale che dimostri questo dato, mi direte.
Bene, non è un esperimento vero e proprio, ma c’è stata una situazione in cui un’intera popolazione di 3711 anime è stata sottoposta a test per COVID-19 e studiata nelle settimane successive, per vedere come andava a finire!
È la Diamond Princess, una nave da crociera che, all’approdo in Giappone, a Yokohama, il 5 febbraio, fu messa in quarantena in seguito alla notizia che un passeggero, sbarcato qualche giorno prima a Hong Kong, era malato di COVID-19. Nelle due settimane successive 3711 persone, cioè tutti i passeggeri e la ciurma, furono sottoposti a test: 634 persone risultarono positive al test. Si trattava di una popolazione piuttosto anziana, 58 anni di età media, eppure più della metà dei casi, 328 su 634, erano totalmente asintomatici. I morti sono stati 7, tutti oltre i 70 anni. La letalità effettiva è stata quindi poco superiore all’1% su tutti i contagiati, intorno al 6% degli ultrasettantenni.
In conclusione
L’esperienza che si sta accumulando dimostra che questo coronavirus nella maggior parte dei casi decorre in maniera del tutto asintomatica o con sintomi di scarso rilievo. Solo una minoranza dei pazienti ha malattia grave e la letalità è intorno all’1%, concentrata in particolare fra i soggetti più anziani, dove raggiunge tassi intorno al 6-7%.
La larga prevalenza di asintomatici deve rassicurare, in fondo significa che metà dei contagiati non si accorge nemmeno di esserlo: forse gli asintomatici sono poco contagiosi, ma è comunque necessario e giusto che si comportino in modo da non mettere a rischio gli altri, in particolare gli anziani.
Limitare in tutti i modi la diffusione di un virus nuovo, cui tutta la popolazione è suscettibile, è necessario perché anche se la malattia non è grave, milioni di contagiati in tempi ristretti saturano le terapie intensive e portano a decine di migliaia di decessi: questo è quello che è successo in Lombardia e non dovrà succedere nel resto d’Italia.
Resta da rispondere alla domanda del titolo sul confronto fra COVID-19 e influenza. La risposta è che il coronavirus oggi è più grave dell’influenza, che ha una letalità 10 volte inferiore: sapete perché? Perché con la vaccinazione antiinfluenzale tutti gli anni proteggiamo i nostri anziani, altrimenti la gravità dell’influenza sarebbe simile o superiore a quella del coronavirus.
e-mail: DocPG1956@gmail.com
Twitter: @DPg1956
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