Continuano ad arrivare dai lettori pensieri scritti durante questo lungo isolamento dovuto al Coronavirus. La lettrice Simona Lippi, naturalista, ci racconta un viaggio meraviglioso nella ricchezza della Natura, esplorata in soli 200 metri da casa.
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In questi giorni di quarantena provo a riprendermi il tempo. Tempo per leggere, tempo per osservare il germogliare degli alberi o ascoltare i molteplici vocalizzi della cinciallegra, Parus major, che risuonano come in un anfiteatro.
Dalla finestra di casa si apre lo scenario perfetto per rilassare gli occhi e la mente. L’Isola di Gorgona, la più settentrionale delle isole dell’arcipelago Toscano, sorge ogni giorno a occidente. Accompagnata nei giorni più tersi anche dall’isola Capraia ed Elba. Ma è nei giorni di tramontana che si ha il momento più atteso: quando si riescono a distinguere le montagne innevate della Corsica.
Il paesaggio terrestre non è da meno. Fascia dunale costiera (forse sarà l’anno buono per il successo riproduttivo del quasi estinto fratino, Charadrius alexandrinus), fascia boscosa di macchia mediterranea e area palustre del Lago di Massaciuccoli.
Intorno a me, boschi misti di pini e querce con vegetazione tipica della macchia mediterranea quale Corbezzolo (Arbutusunedo L.), Erica (Erica arborea L.), Leccio (Quercus ilex L.), qualche pianta di Sorbo (Sorbus domestica L.) Cisto (Cistus salvifolius L.), Ginestra (Spartium junceum L.) e i fiori viola di Lunaria annua L.
Per una naturalista, è il luogo e il tempo ideale per rilassarsi e osservare quello che accade intorno senza la fretta o l’urgenza della vita che conoscevamo ante pandemia. È domenica mattina, 5 aprile 2020. Sono le nove del mattino e cammino intorno a casa. Una capinera maschio (Sylvia atricapilla) intona il suo canto nascosta tra i rami di un olivo mentre in lontananza, dal gruppo di querce in altura, un picchio verde (Picusviridis) espande la sua risata. I torcicollo (Jynx torquilla) arrivati da poco invece non smettono di richiamare. Nel frattempo i cisti iniziano ad aprire i propri petali canuti e ad approfittare della loro dolcezza si alternano la Cavolaia maggiore (Pieris brassicae), l’Aurora (Anthocharis cardamines) e la Cedronella (Gonepterix rhamni). Una coppia di Gazze (Pica pica L.) domina, dall’alto di un cipresso, tutta l’area.
Continuo a camminare, nei miei 200 metri di nuova bufferzone, per affacciarmi nella valle che porta alla pianura, alla “civiltà”. Piccole cittadine sparse tra le anse dei canali della palude costellano l’area palustre oramai bonificata fino alle città più grandi che si aprono sul mare. Risuonano tutti i rumori, alcuni insopportabili, a cui non sono più abituata. I rombi delle automobili appena accese, i tagliaerba in funzione, i latrati dei cani rinchiusi nei giardini e musica che esce da amplificatori messi a manovella. Constato che l’inquinamento acustico di Homosapiens, (se cosi ancora possiamo definirci) nonostante la pandemia e la quarantena conseguente, rimanga un elemento di disturbo e disequilibrio.
Chiudo gli occhi quasi come atto di sconforto e rassegnazione quando dal fondo della valle risale un verso tenebroso e gutturale. Al primo “cra” apro gli occhi incredula e istintivamente cerco una visuale tra gli alberi. Il secondo “cra” è vicinissimo e risuona rauco e profondo. Al terzo si materializza ai miei occhi il più grande dei passeriformi italiani. Nonostante nella simbologia tradizionale, fin dall’antica Grecia, sia considerato una specie nefasta, vedere il Corvo imperiale (Corvus corax) fendere l’aria contrastando con il brillante piumaggio il cielo azzurro primaverile, mi riporta nella mia dimensione temporale di studio e relax.
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