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I LETTORI RACCONTANO

Pensieri scritti durante il Coronavirus. “Il misterioso omicidio della vedova Ceolìn”

Pensieri scritti durante il Coronavirus. “Il misterioso omicidio della vedova Ceolìn”

Redazione Redazione 30 Mag 2020

 

Continuano ad arrivare dai lettori pensieri scritti durante questo lungo isolamento dovuto al Coronavirus. Il lettore Davide Illarietti ha scritto un giallo ambientato in un condominio di Milano

…

L’assassino non era il virus ma uno di noi, disse il detective: un condòmino assetato di sangue, intrappolato nel palazzo, forse armato, senza scampo e dunque ancor più pericoloso e questo – capite bene – ci tranquillizzò.

 

«Meno male»

«Bene, bravi»

«E allora! Ditelo prima…»

 

Il detective – chiunque fosse, imbacuccato com’era – rimase lì nel cortile a guardare per aria, tempo di una sigaretta, poi sparì. Su tra i ballatoi corse un sospiro di sollievo. Ci eravamo presi un bello spavento, sentendo la sirena. E c’era voluto un po’ agli inquirenti, per fugare ogni dubbio. Avevano trovato il  corpo riverso nel letto, la testa ammaccata, una pozza di sangue: ma si sa, di questi tempi il virus c’entra sempre, e ci vuole cautela.

I sopralluoghi erano stati rallentati – due persone alla volta, la distanza obbligatoria, si capisce – per via dell’epidemia. E noi a spiarli tra le persiane, spauracchi in tute bianche che entravano e uscivano dall’appartamento al terzo piano, che spettacolo: assolutamente certi, per due o tre giorni, che la fine fosse arrivata.

Il nostro condominio, dovete sapere, è accatastato A5 da capo a piedi, ultrapopolare, con la tipica struttura “di ringhiera” che ricorda un teatro o un enorme lavandino e amplifica ogni cosa, soprattutto i fatti altrui. Divorammo i particolari della morte: il cranio infranto, il comodino ribaltato, ogni dettaglio rafforzava in noi la convinzione del delitto e lo assaporavamo col gusto che avevano, in quei giorni, i segni della vita d’un tempo. Come le canzoni di Sanremo, o il suono di un trapano in un muro lontano.

 

Fu un toccasana. A nostra discolpa sia detto che Milano, in quelle settimane, scivolava gradualmente e inesorabilmente verso la sua antitesi, ossia un mortorio tremendo. Era iniziata con qualche starnuto, i nostri ristoranti preferiti avevano chiuso uno dopo l’altro, e in capo a un mese per strada si vedevano solo proprietari di cani e code annoiate al supermercato, come in una qualsiasi città di provincia. Le cene coi soliti amici dai mestieri creativi erano diventate una lagna, in cui ci si terrorizzava a vicenda, sicché smettemmo di farle – e poi furono vietate. Si capisce come in un contesto simile – io stavo letteralmente schiumando con la mia morosa, nel nostro buco di trenta metri quadri – un delitto ci facesse lo stesso effetto che a James Stewart e Grace Kelly ne “La finestra sul cortile”, moltiplicato per il centinaio di condòmini che eravamo. Incatenati alle finestre, ci lanciavamo voci sui sentito dire, dal poliziotto piantone al portinaio e dalla prostituta ucraina all’elettricista suo cliente del piano di sotto, viveur in pensione, da questi alle tre sorelle Ramirez tonde come matrioske, che gli passavano sul davanzale gli avanzi dei pasti come a un vecchio gatto, ed erano innamorate – tutte e tre – del figlio della signora Lembo, che viveva con la madre di fianco a una coppietta di studenti cinesi tenuti a pensione dall’arzilla vedova Ceolìn.

 

Veneta di ferro, immigrata del dopoguerra, la Ceolìn a settantott’anni era il ritratto della salute e viveva da sola, in completa autonomia. La spesa, le piante, il bassotto che portava a spasso ogni mattina: insomma un’innocua vecchia da tutti benvoluta, anche perché nelle assemblee – coi due appartamenti lasciatigli dal marito – valeva 150 millesimi.

Ci restammo male – proprio lei! – quando a tre giorni almeno dalla morte il bassotto avvertì piangendo il portinaio, che avvertì gli eredi. Vivevano a Brugherio, non poi così lontano: ma si sa i giorni diventano settimane e mesi e forse anni, e due chilometri una distanza incolmabile. Specie con l’epidemia. Insomma fu trovata, si può immaginare in che stato – manomessa e puzzolente – e fu trovata anche l’arma del delitto, un posacenere di marmo lordo di sangue e mozziconi (perché la Ceolìn spippettava di nascosto, in casa, si sapeva) buttato tra il letto e la cyclette. La refurtiva, tra contanti e chincaglierie, non superava gli ottocento euro.

Terminati i rilevamenti si procedette con calma – tanto non scappavamo – alla ricerca del colpevole come in un vecchio e superato giallo borghese, ossia in un ambiente chiuso in cui i personaggi sventolano comodamente davanti al naso degli inquirenti raccolti sotto un’ombra di sospetto.

Anche gli interrogatori procedettero a rilento perché dovettero svolgersi sui ballatoi, gli inquirenti imbacuccati a distanza e i condòmini affacciati agli usci, ognuno col suo alibi e – come si dice – i suoi panni sporchi. L’elettricista in pensione e la prostituta non facevano che sollazzarsi, da giorni. Le sorelle Ramirez guardavano film e litigavano da mane a sera, e spesso – confessarono – si scannavano a botte. Il figlio della signora Lembo faceva la spesa per tutti con una magra cresta. Io sopravvivevo attaccato a una macchina (il computer) e lo stesso la mia compagna, di professione: io giornalista e lei bancaria. Facevamo poco l’amore. Bevevamo più del solito ma litigavamo meno. Furono interrogati anche vicini che non sapevamo di avere, o non conoscevamo – in un certo senso socializzammo, si può dire – tra cui diversi “hipster” arrivati da poco, un fotografo di Como, un regista pubblicitario coi baffetti alla D’Artagnan, un grosso cantante nero di New York, la cui voce femminea da tempo incantava la corte di notte e nessuno ne indovinava l’origine. Fra tanta gentrification vennero trovati ancora, in un bilocale, nove lavoratori bengalesi stipati come sardine. C’era infine la coppietta di studenti cinesi: eleganti, silenziosi, visibilmente raffreddati. I primi sospetti caddero inevitabilmente su di loro.

 

 

Ma venne fuori che il colpevole, invece, era il figlio della signora Lembo. Spiantato com’era, si era riciclato con la spesa a domicilio ma, dopo un mese affamato e al verde, non aveva resistito alla tentazione, approfittando di una consegna alla Ceolìn per farle la pelle. Il problema, naturalmente, in questi casi sono i nervi. Il giovanotto finì col confessare. Qualcuno si ricordò che una settimana prima aveva sbottato con il regista pubblicitario, che dopotutto, sì, l’emergenza c’era, ma questi vecchi potevano anche andare al diavolo. Ne era nata un’animata discussione – come capita da noi – a cui avevano partecipato sei o sette condomini dalle rispettive finestre (perché rispettiamo le regole) e alla fine il Lembo esasperato aveva detto che si era “rotto” di vivere da carcerato per permettere alla Ceolìn di girare col bassotto e fare la cyclette fischiettando alla finestra e aspettare la morte per altri quarant’anni. Evocò una iatro-dittatura dai tratti apocalittici, parlò di braccialetti elettronici e altre cose che aveva sentito alla televisione.

Aveva il ghigno di chi la sa lunga anche quando lo portarono fuori in manette, lungo il ballatoio e poi giù, al centro del cortile, sotto gli occhi di tutti. Piovvero fischi, insulti ma anche qualche applauso; e sospiri e baci dalle sorelle Ramirez, mentre la madre urlava e voleva uscire sul ballatoio respinta da un poliziotto. Fu uno strazio. Ma il Lembo era un giovane intelligente e quando diversi anni dopo rifece la sua comparsa nel cortile del condominio – irriconoscibile, il condominio e anche lui – si era preso una seconda laurea in marketing, e in carcere aveva imparato anche diverse altre cosette che mise a frutto in seguito. La prigionia del resto – anche questo abbiamo scoperto – è una grande opportunità.

Personalmente, penso che la ricorderò come uno dei periodi più romantici della mia vita. Nei lunghi giorni noiosi ci stringemmo l’un l’altra, io e la mia metà, sotto il nostro povero tetto, sopra il letto carico di baci e di lacrime, nell’attesa che fuori la tempesta passasse. E trascorremmo così gli ultimi giorni della giovinezza.

 

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