Il riso italiano rappresenta un’eccellenza del nostro patrimonio agroalimentare e rappresenta oltre il 50% dell’intera produzione europea. È gustoso e versatile, perché si presta a mille preparazioni. Il riso è meno calorico della pasta, ma sazia di più grazie al suo contenuto di amido che ne aumenta il volume in cottura. È senza glutine, è ben digeribile e difficilmente provoca reazioni allergiche o intolleranze. È un alimento dalle origini antichissime.
Tanti pregi, quindi, ma in un momento di “transizione ecologica”, ci si domanda quale sia l’impatto ambientale del nostro piatto di risotto.
L’Ente Nazionale Risi(*) fa il punto sui principali interrogativi.
Consumo di acqua nella coltivazione del riso

© Ente Nazionale Risi
Il riso non è una pianta acquatica, ma per crescere ha bisogno di molta acqua. La coltivazione in sommersione, infatti, consente al riso di non soffrire degli sbalzi di temperatura.
La grande quantità di acqua richiesta dal riso non è, però, “a perdere”. Al contrario, la risaia rappresenta un accumulo idrico di cui beneficiano le zone circostanti, sia agricole, sia naturali.
L’acqua delle risaie viene restituita alla falda freatica, alle risorgive e ai fiumi una volta terminato il raccolto.
Inoltre, la risaia è l’habitat di molte specie di piante e animali, una ricca biodiversità che sopravvive grazie all’umidità e alle condizioni ambientali create dal sistema di canali e camere allagate che caratterizzano i campi di riso. Il connubio fra acqua e terra crea un ambiente naturale con grande biodiversità e per anche questo motivo l’Unione Europea favoriscemaggiormente gli agricoltori impegnati nella risicoltura piuttosto che in altre coltivazioni.
Cambiamenti climatici

© Ente Nazionale Risi
Il problema dei cambiamenti climatici è al centro dell’attenzione per le gravi implicazioni per il nostro pianeta ed è doveroso valutarne l’impatto anche relativamente alla risicoltura.
Nell’ultimo decennio sono state promosse e adottate dai risicoltori tecniche colturali in grado di accumulare carbonio nel suolo e ridurre, di conseguenza, le emissioni in atmosfera di anidride carbonica e di altri gas responsabili dell’effetto serra.
L’attenta gestione dei residui colturali, che mira a favorire una rapida degradazione prima dell’allagamento delle risaie, l’interramento di colture intercalari cresciute tra due cicli di riso (sovescio), unite all’adozione di pratiche irrigue rivolte a limitare i processi fermentativi a carico della sostanza organica del suolo rappresentano strumenti concreti ed efficaci alla mitigazione del cambiamento climatico.
Presenza di metalli

© Ente Nazionale Risi
Sostanze come il cadmio e l’arsenico sono composti presenti in natura che si possono trovare a varie concentrazioni nell’ambiente, per esempio nel terreno, nell’acqua e nell’atmosfera. Anche negli alimenti possono essere presenti, come residui derivanti da attività umane agricole. Nel caso del riso, una corretta gestione dell’acqua nelle camere di risaia, rispettosa delle linee guida fissate dall’Ente Nazionale Risi per ridurre l’assorbimento dei due contaminanti da parte della pianta, consente di ottenere livelli di cadmio e arsenico molto bassi, tanto che il riso italiano è ottimo anche per l’alimentazione dei bambini in fase di svezzamento.
(*) L’Ente Nazionale Risi, sottoposto alla vigilanza del Ministero delle politiche agricole alimentari forestali, si occupa di tutelare il settore risicolo, divulga la conoscenza del riso italiano e ne fa parte il Centro Ricerche sul Riso: qui si studia per migliorare la produzione, si fa attività sementiera, si assistono i produttori, si fanno analisi e si rilascia il certificato Accredia per le filiere o i commercianti che lo richiedono, si controlla il prodotto commercializzato in Italia e la sua tracciabilità.
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