Con i tempi supplementari e un gol segnato all’ultimo minuto dall’India, la COP26 di Glasgow si è conclusa con un accordo – qualcuno dice al ribasso – sugli obiettivi da raggiungere e ora passa la palla agli Stati nazionali perché decidano come realizzarli. E ha dato appuntamento a tutti in Egitto per la prossima COP, la n. 27. In conclusione, è sincero e veritiero il commento del presidente di Cop26, Alok Sharma: «Non si poteva fare di più».
Nel documento finale si evince il compromesso raggiunto sui combustibili fossili, rispetto alla bozza preliminare, dalla comparsa di un aggettivo e dalla modifica di un sostantivo: l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili fossili riguarderà quelli “inefficienti” (cioè?) e “l’eliminazione – phase out” è diventata un più incruento “rallentamento – phase down”.
Gli ostacoli da superare sono stati la Cina e l’India. Ma sarebbe troppo facile iscrivere i due Paesi nel novero dei cattivi nella trama del film di Glasgow. L’India è il terzo Paese per emissioni derivanti da combustibili fossili e il 70% della sua energia deriva dal carbone, settore nel quale lavorano quattro milioni di indiani.
Per quanto riguarda la Cina, come fa notare Federico Rampini sul Corriere della Sera: «[…] Xi deve gestire la transizione energetica di 1,4 miliardi di persone […]. Xi crede nelle energie rinnovabili, al punto che i suoi aiuti all’industria hanno consentito alla Cina di egemonizzare il settore. Usa i grandi fiumi che nascono in Tibet per l’energia idroelettrica. Tutto questo non basta ancora. Messo alle strette da una forte ripresa economica e un boom delle esportazioni verso il resto del mondo, Xi ha preso atto che la chiusura di tante miniere di carbone era stata prematura. Di fronte all’alternativa secca tra disoccupazione e inquinamento, nell’immediato rilancia il carbone per far funzionare le fabbriche minacciate dai blackout elettrici». In sintesi, per alcuni Paesi bruciare le tappe nella messa al bando del carbone avrebbe costi umani insopportabili.
Il Glasgow Climate Pact
Il documento finale approvato nella notte da 196 Paesi, il Glasgow Climate Pact, ha almeno definito con chiarezza l’obiettivo finale che era rimasto nell’ambito di un’ampia forchetta negli accordi di Parigi (tra 2 °C e 1,5 °C rispetto all’era preindustriale) che è stato fissato in 1,5 °C entro il 2100. Per raggiungere questo obiettivo, il taglio delle emissioni chiesto ai singoli Paesi si adegua al rialzo: -45% entro il 2030. È il segnale di accelerazione nell’impegno per il clima che in tanti chiedevano a gran voce.
Qui si pone il grande interrogativo che tutte queste conferenze sul clima lasciano aperto e al quale i governi nazionali, tornati nei rispettivi Paesi, non danno una risposta chiara: l’andamento delle emissioni è in rialzo (stimato oltre +10% nel 2030), quindi invertire la rotta e raggiungere il -45%, vorrebbe dire abbattere in 9 anni le emissioni di oltre il 55%. Come? Dimezzando industrie, mobilità individuale, consumi, agricoltura e allevamento? Sembra a qualcuno realistico realizzare e mettere in funzione in 9 anni fonti energetiche rinnovabili per oltre la metà del fabbisogno energetico attuale?
«È un gap pesante e richiede che ogni Paese faccia con cura i suoi conti – spiega Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e promotore di Italy for Climate –. Questo è il decennio chiave, non c’è più un giorno da perdere. L’Italia ha ridotto le emissioni di circa il 20% tra il 1990 e oggi. Tra oggi e il 2030, in nove anni, ci aspetta un taglio decisamente superiore».
Non c’è oggi al mondo un Primo Ministro come Winston Churchill che spieghi ai suoi cittadini: «Non ho altro da offrire che sangue, sacrifici, lacrime e sudore». Ma se le scelte e i sacrifici che inevitabilmente arriveranno non saranno condivisi e concordati con i cittadini, difficilmente la transizione verso un’economia decarbonizzata avrà il supporto e l’adesione dell’opinione pubblica.
La grande adesione ai movimenti ambientalisti nel mondo occidentale non deve creare illusioni: al momento il prezzo maggiore dei cambiamenti climatici lo pagano i Paesi delle periferie del mondo, mentre la società occidentale vive ancora nell’onda lunga dei benefici acquisiti. Di fronte a un’inversione di questa tendenza il consenso nelle società occidentali non si può dare per scontato, senza una condivisione e un’equa ripartizione degli oneri nella società.
Gli aiuti economici
È stato deciso il raddoppio degli aiuti economici per l’adattamento entro il 2025 (impegni presi a Parigi 6 anni fa e finora disattesi) e il finanziamento di una rete per aiutare i Paesi a elaborare piani per affrontare perdite e danni. Ma la COP26 di Glasgow ha rimandato alla prossima in Egitto il compito di ottenere dai Paesi aderenti gli strumenti finanziari per mettere in atto queste politiche.
Il controverso sistema del carbon offsetting
Se molti Paesi hanno dichiarato di voler raggiungere l’obiettivo delle “emissioni zero” entro il 2050, rimane molto discutibile il modo per ottenere questo risultato: molti calcoli, infatti, si basano sul controverso sistema del carbon offsetting: il mercato delle compensazioni economiche delle emissioni di CO₂ da acquistare in un luogo per bilanciare le emissioni fatte in un altro.
L’uso delle compensazioni per soddisfare gli obblighi climatici è stato definito dagli attivisti del clima come una “truffa”: l’acquisto di compensazioni per ridurre le emissioni darebbe ai Paesi inquinatori “un lasciapassare per continuare a inquinare” a pagamento, coprirebbe le inadempienze dei governi nel processo di transizione energetica e farebbe ricadere sui cittadini (come avviene per il rincaro delle bollette del gas in Italia) il costo di queste compensazioni.
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