Juan Carrito, l’orso confidente più famoso d’Italia è tornato libero dopo tre settimane di detenzione presso il centro orsi di Palena, una struttura gestita dal Parco della Majella che già ospitava alcuni plantigradi, non marsicani, salvati da condizioni di vita non idonee. Questo grazie all’intervento del Raggruppamento Aeromobili dei Carabinieri, che ha messo a disposizione del Parco e dei colleghi coinvolti nelle operazioni, l’elicottero necessario per poter portare l’orso in una zona impervia del massiccio della Majella. La speranza è che Carrito decida di restare in montagna, dove potrebbe condurre una tranquilla esistenza, senza tornare come già accaduto nella cittadina di Roccaraso, da dove il giovane orso era stato prelevato l’ultima volta per essere trasferito temporaneamente al centro di Palena.
Sulla cattura e sulla detenzione erano iniziate a circolare diverse ipotesi, forse anche a causa di una comunicazione non sempre efficace del Parco, che non ha mai smentito una serie di affermazioni uscite sulla stampa. Come quelle relative alla necessaria rieducazione dell’orso, reso troppo confidente dai comportamenti sbagliati di molte persone. Ma anche dal richiamo del cibo che Carrito si procurava con grande facilità a Roccaraso a causa dell’assenza di bidoni e cassonetti a prova di orso, come richiesto da molto, troppo, tempo all’amministrazione del Comune, che non ha mai provveduto a eliminare il richiamo. Occorre sottolineare però anche le responsabilità di residenti e turisti che, senza usare il buon senso, lasciavano a bella posta cibo perché fosse trovato dall’orso, che in questo modo è stato stimolato ad avvicinarsi sempre più al centro cittadino.
Come si ricorderà una precedente cattura, operata questa volta dal Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, con conseguente rilascio di Carrito in montagna, non era servita per tenere l’orso lontano da potenziali guai, come dimostra la foto, diventata virale, che lo vede camminare sui marciapiedi della stazione di Roccaraso. Uno degli ultimi episodi che ha portato poi alla necessità di procedere alla nuova cattura, che non poteva essere ulteriormente ritardata, per garantire l’incolumità delle persone e dell’orso. Va, infatti, ricordato che pur essendo Carrito un animale molto tranquillo, che non ha mai manifestato segnali di aggressività nei confronti dell’uomo, si tratta sempre di un giovane orso con un peso che supera abbondantemente il quintale. Un impatto con un animale di questa stazza, anche soltanto a seguito di una corsa per uno spavento improvviso, potrebbe causare seri danni alle persone. Girovagare nei centri abitati, inoltre, lo espone a tutti i pericoli del caso, considerando che l’attraversamento ripetuto di strade aumenta moltissimo la possibilità di un suo investimento.

La vicenda di Juan Carrito ci insegna che non bisogna avvicinare gli animali selvatici con il cibo e di fare in modo che non siano attratti da bidoni e cassonetti dell’immondizia. Photo Parco Nazionale della Maiella.
Offrire cibo agli animali selvatici è un grave errore
La storia di Carrito rappresenta un caso da manuale degli errori, tutti umani, commessi nei suoi confronti, che lo hanno portato ad avere un comportamento sbagliato. Ne ho scritto diverse volte, anche su questa testata, e moltissime sono ogni giorno le voci che si levano per testimoniare i danni causati dall’offrire cibo ai selvatici. Un comportamento solo apparentemente “gentile” nei confronti degli animali, che presto si traduce in un condizionamento che altera, spesso in modo definitivo, il loro rapporto con la nostra specie. Molte persone sanno poco di etologia e subiscono la fascinazione del selvatico, della possibilità di poter stabilire una sorta di ponte emotivo proprio attraverso l’offerta di cibo. Altre volte questo rapporto artificiale viene costruito per motivi di interesse, per poter avvicinare gli animali, per ottenere uno scatto ravvicinato o anche per riuscire a farlo vedere ai turisti.
Quale che sia la motivazione, emotiva o economica, si produce un danno incalcolabile che diviene causa di morte o di sofferenza: un animale divenuto confidente a causa del cibo rischia di restare ucciso per tantissime ragioni, che vanno dagli investimenti stradali al bracconaggio, oppure di finire la sua vita in cattività per impedire l’eccessiva vicinanza con gli uomini. Un destino che per tutti i predatori rappresenta una condanna ben peggiore forse della stessa morte: animali abituati a percorrere grandi distanze in un solo giorno, a esplorare costantemente territori alla ricerca di risorse e non solo, soffrono più di altri la prigionia.
Ora la speranza è che Juan Carrito resti in montagna, per tantissime ottime ragioni, non ultima quella che le ripetute anestesie in pochi mesi costituiscono un ulteriore fattore di rischio per la sua salute. Si deve parlare ancora una volta, purtroppo, di speranza: le precedenti esperienze porterebbero a dire che l’alterazione comportamentale non possa essere risolta semplicemente trasferendo in quota l’orso. La natura spesso però ci sorprende e speriamo che questa sia una di queste volte, regalando a Carrito una vita da orso, libero.
Impariamo la lezione
La seconda speranza, che potrebbe anch’essa restare tale, è che le persone e le amministrazioni abbiano imparato qualcosa dopo aver rovinato la vita al giovane orso: che non bisogna alimentare gli animali selvatici, che sia indispensabile tenere al chiuso in modo sicuro i rifiuti alimentari e non braccare i selvatici per ottenere una ripresa. Imparare a essere rispettosi, mettendo in atto comportamenti virtuosi, è evidentemente molto più difficile che dare libero sfogo ai propri desideri senza preoccuparsi dei danni causati. Specie quando sia chi amministra il territorio che chi lo frequenta, sembra essere lontano dai principi che sono alla base di una sana convivenza fra uomini e animali. Se da queste necessità dobbiamo partire occorre che siano realizzate campagne informative costanti e capillari sulla necessità di tenere separati i due mondi, seguite da controlli efficaci e sanzioni amministrative adeguate a costituire un serio deterrente. In attesa dell’affermazione di una cultura naturalistica improntata al buon senso e alla conoscenza è inutile sperare in comportamenti virtuosi, senza la previsione di controlli capillari e di conseguenze capaci di lasciare ricordi indelebili nella mente di chi le ha subite.
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