Sono stati da poco resi noti i dati sul monitoraggio sulla consistenza della popolazione dei lupi nel nostro Paese e subito si sono riaperte le polemiche sulla presenza del predatore e sulla sua gestione (che si traduce sempre in una richiesta di abbattimenti) e sul futuro della specie.
Il monitoraggio, condotto da Ispra grazie alla collaborazione di tantissimi enti e associazioni, ha richiesto due anni di lavoro per completare la raccolta di dati e i campioni, necessari per realizzare una stima di consistenza della specie. Il risultato finale ha certificato il buono stato di salute della specie, sotto il profilo della conservazione.
I dati analizzati hanno permesso di stimare una presenza di poco più di 3.000 esemplari, uniformemente distribuiti sul territorio nazionale con una consistenza di circa un migliaio di lupi sull’arco alpino, mentre il grosso della popolazione è diffuso sul territorio peninsulare.
La costante ripresa della specie – quasi estinta negli anni ’70 del secolo scorso a causa di una persecuzione che aveva portato quasi al suo sterminio, messo in atto con ogni mezzo e in ogni tempo – ha avuto inizio quando il lupo è stato riconosciuto come animale particolarmente protetta. Ma anche con lo spopolamento delle aree montane e collinari e con un aumento esponenziale della presenza degli ungulati selvatici sul territorio.
La lenta ma costante ripresa del lupo lo ha riportato dalle foreste della Sila alle Alpi, amplificando però i conflitti con allevatori e cacciatori, che non vorrebbero doversi nuovamente confrontare con il superpredatore per eccellenza. Gli allevatori, dopo decenni di assenza del lupo, si sono abituati a lasciare gli animali privi di sorveglianza, anche perché per molti di loro questa non è l’attività principale, mentre i cacciatori vedono il lupo come un avversario interessato alle stesse prede.
Problematiche ed errori di valutazione
Entrambe le categorie sembrano non comprendere che le predazioni sul bestiame e l’aumento degli ungulati sono le facce opposte della stessa medaglia, che hanno preso forma grazie a una serie di errori di valutazione che ora vengono posti a carico della collettività e per i quali viene identificato come unico responsabile il lupo.
Le massicce reintroduzioni di cinghiali balcanici, fatte a fini venatori, hanno causato l’aumento di una sottospecie diversa e più prolifica mentre la caccia ha fatto il resto, destrutturando i branchi e incrementando il tasso riproduttivo di questi animali. Arrivati oramai, a causa della cattiva gestione dei rifiuti alimentari, a essere ospiti fissi delle città. Con tutte le problematiche che questa situazione comporta, anche di natura sanitaria.
Il monitoraggio, come era prevedibile, ha riacceso le polemiche di sempre fra mondo agricolo, venatorio, ambientalisti e operatori della conservazione. Con qualche presa di posizione destinata a lasciare il segno, come quella di Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi, che prendendo atto della consistenza della popolazione del grande carnivoro ha affermato che il lupo non è più da considerare una specie in pericolo e che, nelle prossime liste sulle specie minacciate, dovrà essere considerato a livello della volpe, che peraltro è specie cacciabile.
Una considerazione che sembra non riconoscere alla presenza del lupo alcuna importanza quale regolatore delle popolazioni di ungulati selvatici.
Coldiretti, il sindacato più rappresentativo di agricoltori e allevatori, chiede ora sulla base della consistenza numerica dei lupi che vengano prese misure di contenimento venatorio della specie per salvaguardare gli allevatori -che sono comunque indennizzati in caso di perdite- anche quando queste avvengono a seguito della mancata adozione di misure di prevenzione per evitare le predazioni sugli animali lasciati incustoditi al pascolo.
Equilibrio basato sulla convivenza
Non c’è dubbio quindi che il lupo sia sicuramente l’animale più divisivo dell’intero panorama faunistico nazionale e che sui risultati di questo monitoraggio si spenderanno ancora molte parole. Ogni componente, inevitabilmente cercherà di far valere i propri interessi, spesso dimenticando come il principale interesse dovrebbe essere la creazione di un equilibrio basato sulla convivenza e non sempre e soltanto sull’uso dei fucili, che da decenni si sono dimostrati assolutamente inutili nel raggiungimento dello scopo. Nel frattempo, fra polemiche, investimenti e azioni di bracconaggio, il lupo continuerà a svolgere il suo lavoro di predatore, fondamentale per l’ambiente e per la salute di tutti, compresa la nostra.
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